Il tempo.

“Mamma, adesso stiamo il tempo insieme”.

È la frase che mi dice sempre Giovanni mentre mi abbraccia, quando torno dal lavoro.

Dice “il tempo”: non lo quantifica. Potrebbe dirmi “stiamo tutto il tempo insieme”. Mi insegna, invece, che non è importante quanto tempo stiamo insieme, cosa facciamo in quel tempo o dove andiamo. Stiamo insieme in quel tempo, completamente assorti in quel momento.

Ed è la cosa più gratificante del mondo.

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Small – XL

Prima di incontrare MaritoSingle, il mio era un mondo misura small. Tutto era cucito perfettamente sui miei 160 centimetri: il mio letto, il mio armadio, la mia auto. Pure il fidanzato.

Da quando ho conosciuto chi sapete voi, ho iniziato a guardare il mondo col capo rivolto verso l’alto. Anche semplicemente per parlare con lui: nessuno conosce le sue narici come me. Nessuna.

Ho iniziato a guidare le sue auto, alte e sportive e chi se ne frega se, ogni volta, per scendere, devo fare bungee jumping. Dormo in un letto fatto su misura per lui: non ci dormo, ci sguazzo. Abbiamo un armadio over size equamente diviso a metà: in una metà c’è il suo guardaroba, nell’altra metà c’è il mio, una parte di quello di Ciala ed una parte di quello di GiòGiò. Chi se ne frega se per stirare una sua camicia impiego lo stesso tempo necessario per stirare un lenzuolo.

Anche i nostri figli sono oversize: s’era capito che avrebbero ereditato l’altezza paterna quando, ancora nel pancione, i loro piedini mi finivano quasi dietro la schiena, all’altezza dei reni.

La nostra nuova casa è stata progettata sulle misure di una famiglia di Watussi. Appena ci siamo trasferiti qua, MaritoSingle si è mosso a compassione e mi ha regalato uno sgabello Ikea. L’ha fatto dopo avermi vista sulle punte che manco Carla Fracci, solo per richiudere la dispensa. Sulle punte ci devo stare in doccia, se voglio un massaggio a getto d’acqua che a MaritoSingle arriva all’altezza dell’addome, a me dritto dritto nella faccia. Ho imparato a dire le parolacce quando appende il suo accappatoio sulla parte più alta dello scaldasalviette e mi devo allenare col salto in alto se voglio metterci il mio. Ho rinunciato a mettere il mio pigiama spaparanzato sul termosifone caldo della camera da letto, quello più grande di tutti, perché il suo lo occupa per intero.

Pratico pattinaggio artistico, alternandolo con l’hockey sul ghiaccio ogni giorno solo per lavare il pavimento perché lui, e sottolineo lui, voleva vivere in una casa su misura per lui.

Poi quello sportivo è lui.

È ingombrante pure quando firma! Tutte le volte che dobbiamo firmare un documento insieme sullo stesso rigo, finisce che devo far rientrare le mie 18 lettere in uno spazio minuscolo perché lui deve fare lo stiloso anche quando firma.

Però c’è che, da quando ho conosciuto chi sapere voi e la sera sono stanca morta, posso sprofondare in un paio di spalle XL che mi avvolgono come una conchiglia.

E c’è che, da quando ho conosciuto MaritoSingle, io ho imparato a guardare il mondo col capo rivolto in su.

Metterci il cuore.

‘Sta storia che ci devo mettere il cuore ovunque deve finire o ci rimetterò la pelle. Ieri, per esempio, stavo cucinando una pasta al forno per accontentare una richiesta di MaritoSingle e mentre scolavo la pasta, un getto di acqua bollente è caduta nello scolapasta e mi è rimbalzata sulla pancia. Ho fatto giusto in tempo a posare il tegame per togliermi la canotta che si stava attaccando alle pelle. Noncurante del dolore, ho continuato come se la cosa non fosse accaduta a me, ho preparato la pasta e solo una volta messa in forno sono andata a dare un’occhiata al mio pancino.

A guardar bene la bolla che si è creata sembra un cuore.

‘Sta storia che ci devo mettere il cuore ovunque deve finire o ci rimetterò la pelle.

In compenso, MaritoSingle s’è leccato i baffi e i nani hanno fatto il bis.

Capirsi al volo.

Io e MaritoSingle ci capiamo al volo. È una cosa che ci appartiene da quando eravamo amici, o meglio quando lui era amico mio ma io ero già la sua fidanzata e lui non lo sapeva.

Ci basta osservarci. Riconosco che si sta infastidendo da come gli si allargano le narici, che è felice del pasto nel quale si sta per tuffare da come si strofina il pollice con l’indice ed il medio. Si passa la mano sulla testa, inclinandola a destra quando gli fanno un compimento inaspettato, del tipo “C’hai una bellissima moglie, dolce e premurosa”. Alza il mento, portando la testa indietro quando il suo sguardo incrocia il mio: è una sorta di saluto solo nostro.

Insomma, ci si capisce al volo, anche senza parlare. Anche senza guardarsi.

Tipo quando io gli mando un sms che è una richiesta disperata di andare a fare shopping. E lui capisce al volo.

Timida pè gniente.

Estate 2006.

Serata Karaoke in piscina di un amico. Sono completamente persa di quello che diventerà il mio MaritoSingle, l’hanno capito tutti tranne lui. Io che non so cantare, timidissima, mi ritrovo accanto a lui a cercare di intonare, con un filo di voce, una canzone difficilissima di Andrea Bocelli, “Con te partirò”.

Lui, molto naturalmente, mi poggia la mano sulla spalla mentre cantiamo. Ora immaginate un pezzo di marmo, ora rosso, poi blu, verde, arancione… con i capelli lunghi e gli occhi azzurri che non si è mossa di un centimetro per tutta la durata della canzone pur di non fargli togliere la mano dalla spalla… e che al termine della canzone schizza via timidamente a raccontare tutto alla sorella, via sms.

“Ti ha baciata?”.

“No… però mi ha appoggiato la mano sulla spalla”.

“Vietato l’ingresso ai cani e ai non vaccinati”.

E’ una mattina di metà maggio. Come tutte le mattine, accompagno GiòGiò all’asilo, prima di andare a lavoro. Il cancello di ingresso é chiuso, eppure non siamo affatto in ritardo.

Scesi dall’auto, GiòGiò percorre il marciapiede correndo per andare incontro a due dei suoi compagni di classe, Micco e Samu. Si salutano allegramente, poi si prendono per mano e vanno verso il cancello. Il cancello non si apre. A tenerlo chiuso è una bidella. I bambini la guardano incuriositi.

“Rosa, apiiii il cancello!”, dice GiòGiò, rivolgendosi alla bidella.

“GiòGiò, apro ma puoi entrare solo tu”, risponde Rosa, la bidella.

“Rosa, perché noi non possiamo entrare?”, chiede visibilmente dispiaciuto uno dei due compagnetti di GiòGiò.

“Voi due non potete più entrare in questa scuola, mi dispiace bambini” risponde la bidella.

Tutti e tre, continuando a tenersi per mano, tornano indietro, a chiedere a noi mamme il motivo di quello che sta accadendo e che sono troppo piccoli per comprendere. Stento a capirlo anche io. Provo a chiederlo a Daniela, la mamma di uno due bambini: “Non sono vaccinati e la dirigente scolastica ha impedito loro l’ingresso a scuola”.

“Ma mancano pochi giorni alla fine della scuola… che senso ha farlo adesso?” mi domando. Intanto guardo il volto dei due compagni di mio figlio. “Cosa staranno pensando? Cosa staranno provando in questo momento? Avranno pensato sicuramente di aver commesso qualcosa di tanto grave da non poter più tornare dalla loro maestra e dai loro compagni di classe.”.

“Mamma, io voglio andare a scuola con GiòGiò, dice uno dei due bambini alla sua mamma. Ha gli occhi lucidi e un viso implorante.

Mi avvicino al cancello e chiedo spiegazioni alla bidella: “Io eseguo solo gli ordini. Ne sono addolorata ma non posso fare diversamente”.

Non c’è nulla da fare. Quel cancello per Micco e Samu oggi resterà chiuso. La cosa tremenda che apprenderò poco dopo è che non sarà così solo per oggi. Micco e Samu non potranno terminare l’anno scolastico insieme ai loro compagni. Micco, che è al suo ultimo anno di scuola dell’infanzia, non potrà prendere parte alla consegna del suo meritato diploma. Provo un grande senso di ingiustizia, di sconforto che non sono nulla rispetto a quello che staranno provando quei bambini e le loro famiglie. Conosco Micco, conosco Samu, conosco le loro famiglie: so che dietro la scelta di non vaccinare i loro bambini c’è una valida, validissima motivazione.

“Se c’è possibilità di danno, pretendo libertà di scelta”.

Mentre sono al lavoro, la scena appena vista si ripete infinite volte nella mia testa: è un’ingiustizia troppo grande, una discriminazione che i bambini non devono subire, qualunque siano le scelte degli adulti.

Inizia a girare su tutti i notiziari e quotidiani la foto di due bambini dietro le sbarre del cancello del loro asilo. Reggono tra le dita un cartello:

VIETATO ‘INGRESSO AI CANI E AI NON VACCINATI.

Telefono a Daniela, la mamma di Micco e le comunico tutta la mia indignazione e la mia totale solidarietà. Non ho bisogno che giustifichi la sue scelte di madre, ho assistito personalmente a quanto accaduto fuori a quel cancello, ma lei sente di volermi raccontare la storia di Micco, del suo piccolo super eroe che ha avuto un inizio per niente facile, come dimostra una cicatrice che gli attraversa tutto il petto.

Non mi do pace fino a quando decido di utilizzare il gruppo Whatsapp delle mamme dell’asilo di GiòGiò e chiedo loro un gesto forte di solidarietà per Micco e Samu, compagni di classe dei nostri figli. La risposta é arrivata ed è stata quella che vedete qui sotto:

A SCUOLA: TUTTI O NESSUNO.

LA SOLIDARIETÀ È MOLTO CONTAGIOSA.

SONO STATO CONTAGIATO DA UNA MALATTIA STUPENDA: LA SOLIDARIETÀ.

Quella mattina fuori a scuola i compagni di classe di Micco e Samu hanno chiesto a noi grandi che fossero rispettati i loro diritti, i diritti di tutti i bambini.

Quella mattina Micco e Samu sono rientrati a scuola insieme a tutti i loro compagni perché qualcuno si è reso conto di aver commesso un grave errore, una gravissima ingiustizia ed io spero tanto che Micco e Samu possano perdonarla anzi, so che saranno capaci, ancora una volta, di dare una lezione a noi adulti perché posseggono una purezza d’animo che solo i bambini hanno.