Il mio riflesso.

Prima di essere una blogger, sono stata per tanto tempo lettrice di altri blog. I primi tempi ero una lettrice silenziosa: passavo a far visita agli amici bloggers quasi quotidianamente, mi interessavo a ciò che vivevano e gli avvenimenti della loro vita si intrecciavano in qualche modo con la mia.

A ottobre il mio blog compirà quattro anni. E’ un blog semplice, che curo meno di quanto vorrei ma è il mio piccolo mondo in cui continuo a sentirmi bene e soprattutto a sentirmi me stessa.

Non ho mai pensato all’idea di dargli un volto perché ho preferito la forma anonima. Credo di aver fatto questa scelta perché non riuscivo ancora ad identificarmi con il riflesso che vedevo di me. E’ stato un cammino lungo, fatto di colpi di picconi per abbattere muri, trincee costruite negli anni per trovare riparo; sudore, fatica, anche paura ma ha sempre vinto la voglia incrollabile di scendere sempre più a fondo per conoscere Ale. Se l’ho incontrata? Sì, era lì ad aspettarmi fiduciosa che sarei arrivata.

Grazie a tutti coloro che in questi anni sono passati da qui (siete stati più di 22.500!), grazie anche a chi è stato qui, seppur in silenzio ma ha lasciato la sua impronta, grazie a chi mi ha dedicato le sue parole per incoraggiarmi quando avevo paura, per guidarmi quando la strada era buia e a chi ha sorriso e gioito insieme a me perché abbiamo scoperto insieme che non c’è nulla di più bello di una gioia condivisa.

C’è un cartone della Disney che mi sta particolarmente a cuore, Mulan. Racconta la storia di una fanciulla che finge di essere diversa da quella che è, che vorrebbe essere per non deludere chi ama. Conosco a memoria le parole che la protagonista canta quando si specchia in un ruscello:

Dimmi, dimmi chi è

l’ombra che riflette me

non è come la vorrei perché non so

chi sono e chi sarò, lo so io e solo io,

il riflesso che vedrò mi assomiglierà,

quando il mio riflesso avrò, sarà uguale a me”.

Ed ora che io e Ale ci guardiamo sorridendoci, posso finalmente dire che “il riflesso che vedo è uguale a me”. E il mio riflesso è questo qui.

Zaino in spalla! Chi viene con me? Abbiamo ancora un sacco di strada da percorrere insieme, mano nella mano se lo vorrete o semplicemente facendoci compagnia in silenzio.

M.

Ciao, Ale.
Finalmente mi sono decisa a commentare uno dei tuoi post.

Mi piace leggere il tuo blog, mi piace ciò che scrivi e come lo scrivi, hai talento sai? Ogni volta che ti leggo penso “che bel cervello che ha questa donna, quanto ha da trasmettere con la sua intelligenza e con il suo cuore, perché hai sì una mente di rara bellezza, ma il tuo cuore non è da meno. E cosa c’è di meglio di una persona buona come te che sprizza sapienza da tutti i pori?”.


Personalmente mi sono sempre sentita fuori posto, aliena in questo pianeta, come se avessi sbagliato posto in cui nascere e così, da quando mi hai permesso di conoscere questa meraviglia, mi ci rifugio, sentendomi al sicuro in questo piccolo angolo del tuo mondo.
I tuoi post mi hanno fatta sorridere, mi hanno tenuto compagnia, mi hanno fatto apprezzare ulteriormente la bella persona che sei e, ultimamente, leggere la tua storia, leggere della bellezza di Francesca e Anna Lisa, mi ha dato fiducia, mi ha fatto rendere conto che ci sono delle persone meravigliose su questo pianeta e, anche se alcune ci restano più a lungo mentre altre volano in cielo come angeli e ci guardano da lassù, che ci siano spiritualmente o fisicamente, queste persone regalano qualcosa che non si può comprare, qualcosa che fa bene al cuore.


Sai, anche le belle parole che hai riservato a me, in privato, mi hanno fatto bene al cuore e sai un’altra cosa? Quelle parole hanno fatto breccia in quella corazza di cui mi vesto ogni giorno, perché tu, nonostante quella corazza, sei riuscita a guardare oltre e a capire come sono fatta. Quindi grazie, Ale, semplicemente grazie per ciò che trasmetti agli altri, semplicemente grazie per quello che hai trasmesso a me. Sarò sempre grata al destino di avermi permesso di conoscerti
.

M.”

Uno dei motivi per cui è nato questo blog, circa tre anni e mezzo fa, è stata proprio la sensazione che descrive M. in un commento che mi ha lasciato sotto ad un post: cercavo un posto in cui sentirmi al sicuro, in cui potermi rifugiare o anche solo per stare in silenzio con la parte più profonda di me, quella in cui nessuna zampata mi avrebbe potuto colpire. Sono certa che anche tu, cara M., abbia dovuto fare i conti con la tua sensibilità spesso ferita: una parola non detta quando avevi bisogno di comprensione o una parola detta con lo scopo di ferire, uno sguardo gelido quando avevi bisogno di un abbraccio o troppo compassionevole quando invece avevi bisogno di essere guardata in tutt’altro modo. A me personalmente hanno dato della “disadattata” quando, dopo i doverosi tentativi fatti per cercare di trovare una strada da poter percorrere insieme, ho preferito cambiare strada e camminare da sola. “Te la meriti l’indifferenza della gente!”: chi se la scorda questa frase e il rancore che mi è stato vomitato addosso. Ma sai che c’è, cara M.? Che le aliene non siamo noi, che non siamo nate nel posto sbagliato. Siamo esattamente dove dobbiamo essere e non abbiamo alcun bisogno di scomparire per fare un favore a qualcuno. C’è che “la gente” non è il mondo e non sono le persone che abbiamo scelto di amare e che ci amano. E’ vero, quelle come me e te sentono tutto il doppio, lo sentono sulla pelle ma cosa c’è di più bello che comprendere cosa prova chi abbiamo di fronte e potergli offrire il nostro aiuto? Potersi guardare negli occhi e dirsi semplicemente: “Lo so, ti capisco”. Scopri che non sei più solo, che non sei un’alieno, che puoi toglierti la corazza perché non tutti si avvicineranno a te con l’intento di ferirti e scoprirai che potrai sentirti al sicuro anche nel mondo, quello vero.

Sono contenta che attraverso questo blog io sia riuscita a farti sorridere e a tenerti compagnia. Quando ho iniziato a scrivere qui, l’ho fatto soprattutto per me stessa: avevo bisogno di guardarmi dentro, andare a fondo, parlare alla parte più fragile di me, farci pace, perdonarmi e soprattutto riscoprirmi forte, molto più forte di quanto pensassi. Non avrei mai pensato di poter essere d’aiuto a qualcuno e se ci sono riuscita, anche un poco così, sono felice.

Cara M.,vai a fondo anche tu, nel tuo cuore, nei tuoi abissi, senza paura. Scoprirai il più prezioso dei tesori di cui nessuno potrà mai privarti: te stessa. Scoprirai, anche tu, come me, che il mondo è un gran bel posto in cui vivere.

Ale.

Sedute… spiri-tose.

“Tu vai d’accordo solo con i morti”.

Chi mi ha rivolto queste parole non dovrebbe mai provare nella vita cosa significa avere dei “morti”, delle persone che abbiamo amato e la cui assenza è, in alcuni giorni, più insopportabile di altri. Certo, la morte è un processo naturale della vita stessa e non si può far altro che accettarla e imparare, o almeno provare, a convivere con l’assenza di chi non c’è più.

Chi mi ha detto queste parole sicuramente non sa cosa significa provare il desiderio di prendere il mano il telefono e chiamare chi ha fatto parte della nostra vita e ora non c’è più per poter risentire la sua voce, perché alcuni giorni fai fatica anche solo a ricordarla. Perché non importa per quanto tempo quella persona abbia fatto parte della tua vita: importa quello che si è potuto vivere insieme, come lo si è vissuto e importa che quella mancanza insopportabile tu la trasformi nel desiderio di continuare a vivere la tua vita, lasciando che anche chi non c’è più possa continuare a vivere in ogni battito del tuo cuore.

Quando perdi nel giro di due anni due amiche come Francesca e Anna Lisa, quando le perdi nel modo in cui le ho perse io, fai fatica dopo a concederti la possibilità di essere amica di qualcun altro e non perché ritieni che nessuno possa essere come erano loro, quello lo sai già. Fai fatica perché ti senti svuotato. Tieni per te un dolore così grande perché è difficile anche solo parlarne senza che chi ti ha di fronte scoppi in lacrime e figurati se, con tutti i problemi che uno ha, debba mettersi a piangere per colpa tua e della tua sfortunata storia di amicizia.

Il punto è che io non credo di essere stata sfortunata ad aver incontrato prima Francesca e poi Anna Lisa, considerando che poi le avrei perse entrambe, per colpa del cancro e in così poco tempo. Ritengo, invece, di essere stata molto fortunata ad averle incontrate e ad aver fatto parte della loro vita, seppur così breve, perché ho conosciuto il vero significato della parola “amicizia”. Perché il loro modo di vivere ha cambiato il mio. Se non le avessi incontrate adesso avrei priorità differenti, vivrei sicuramente le mie giornate in modo diverso: non dico che avrei vissuto la mia vita in maniera completamente diversa da quello che faccio ora. E’ diverso il modo in cui vivo ogni singolo giorno: come un dono. Francesca e Anna Lisa mi hanno insegnato che la vita è il dono più prezioso e che si deve cercare di viverla al meglio, con i mezzi che uno ha, nel posto in cui è, senza pensare troppo a quello che non hai. Se chiedevi ad Anna Lisa “Come stai?”, ti rispondeva: “Tutto bene, a parte la salute”. Se le chiedevi: “Che facciamo?” dopo la notizia di un peggioramento del suo quadro clinico, ti rispondeva: “Non ho un piano B. Non sminuiamo, non esasperiamo: affrontiamo!”. Sei qui, sei vivo in questo momento e hai la possibilità di essere felice. Chiamala sfortuna incontrare una che ti insegna a fare questa cosa dandoti l’esempio!

A chi mi ha detto che “io vado d’accordo solo con i morti” vorrei dire che si sbaglia di grosso perché Francesca e Anna Lisa sono più vive che mai, perché vivono in ogni ricordo che ho di loro e in ogni giornata che vivo insieme a loro. Che io non ho più bisogno di prendere un telefono in mano per sentire la risata di Francesca e quella di Anna Lisa perché me le ricordo perfettamente: anzi, dammi pure della matta ma io le sento intorno a me tutte le volte che ne combino una delle mie, come oggi pomeriggio che siamo andati a mangiare un gelato con i bambini ed io ho rovesciato la panna sui piedi di Sara!

Chi mi ha detto “vai d’accordo solo con i morti” dice due cose nello stesso momento: che continuo ad andare d’accordo con chi è “altrove” e non posso che dargli ragione! Dice anche, però, che non vado d’accordo con chi sta facendo questa affermazione ed ha ragione per la seconda volta. Io non ho mai avuto la pretesa di piacere a tutti e non ho mai vissuto in funzione di questa logica. Apro il mio cuore a poche persone, ma questo succedeva ancor prima di incontrare Francy e Anna Lisa. Mi capita, qualche volta, di farlo con la persona sbagliata. Chi mi ha detto quelle parole sapeva di Francesca e Anna Lisa e sapeva che, pronunciandole, mi avrebbe ferita. Non ho risposto nulla ma credo di averlo fatto attraverso il mio silenzio e qualche passo indietro.

Rispondo ora con parole non mie, scritte da una delle migliori amiche di Anna Lisa, IrenA, che adesso è anche un po’ la mia:

“Buongiorno Ale. Ho letto ora tutto d’un fiato il tuo racconto di vita vissuta, di vita vera. Ho i brividi, le lacrime agli occhi e inaspettatamente un infinito senso di pace e gratitudine dentro di me.
Ale mia, stella luminosa e bella… perdere qualcuno che si ama tanto per qualcosa di “incurabile” è una totale devastazione…emotiva, psicologica e fisica. Lo sappiamo bene noi che lo abbiamo provato… però lo vedi Ale mia? Dopo c’è sempre una testimonianza da dare, un sorriso da donare, un sogno da perseguire…
Non vedo l’ora di avere fra le mani il tuo libro… intanto mi gusto il blog…ti penso e sorrido insieme ad una apina che svolazza irriverente🐝“.

Non sarà forse il caso di organizzare una seduta spiritica? Io opterei per una seduta spiri-tosa e, credetemi, ne abbiamo tutti un gran bisogno.

L’incontro a Modena.

Durante i mesi successivi alla diagnosi del mio papà di mieloma multiplo ero particolarmente selettiva nella scelta delle persone di cui circondarmi e avevo poca voglia di parlare. Mi concentrai molto sul lavoro: all’epoca lavoravo come collaboratrice in uno studio commerciale. Lavoravo otto ore al giorno e nelle ore libere leggevo molto, soprattutto attraverso il web. Avevo letto tutto sulla malattia di mio padre: avevo bisogno di sapere e conoscere come si muove questa malattia fino ad allora sconosciuta. La morte prematura di Francesca ci aveva lasciati confusi e in preda allo smarrimento più totale. C’è stato un altro viaggio a Modena a cui ho partecipato insieme ai miei genitori e a mio marito. La partenza fu preannunciata da una mail del Dott. Luppi del Policlinico di Modena:

“Dobbiamo iniziare le cure. Vi aspetto a Modena. Forza”.

La cosa più difficile fu dirlo alla mia famiglia. Comunicai la notizia prima a mia madre e ai miei fratelli: scelsi con cura le parole da dire per non spaventare la mia mamma più di quanto non lo fosse ma avevo promesso a me stessa che avrei sempre detto loro tutta la verità su quello che sapevo e che mi diceva il medico.

“Papà è un leone, ce la farà! E’ sopravvissuto alla caduta da un terzo piano di un palazzo, vi pare che si faccia mettere in ginocchio da questa malattia?” dissi a mia madre, sforzandomi di sorridere.

“E poi adesso abbiamo anche un angelo speciale che veglia su di lui dal cielo”.

Organizzammo un pranzo a casa dei miei genitori per dirlo a mio padre. Credo avesse intuito che avevamo qualcosa da dirgli.

“Papà, il dottor Luppi ti aspetta per iniziare le cure a Modena”.

Sono pronto“, disse con un sorriso spavaldo sulla faccia.

Lo sguardo era sereno, come di chi aveva accettato con coraggio una nuova sfida, certo che avrebbe messo tutta la sua forza e la sua determinazione. Sorrideva e il suo sorriso così sincero diventò la nostra forza.

Nei giorni successivi mi dedicai nuovamente alla lettura dei blog che avevo interrotto dopo la morte di Francesca. Rilessi la mail di Mia che mi incoraggiava a leggere il blog di Anna Lisa e questa volta provai il desiderio, misto alla curiosità di andare a vedere di chi si trattasse.

Se piace a Mia deve essere davvero una persona speciale” pensai. “Leggo qualche riga, se non me la sento, interrompo tutto e cancello il link del blog“, mi dissi quasi cercando di rassicurarmi.

Cliccai su quel link e un attimo dopo ero sulla pagina del suo blog:

“Ho il cancro. Il blog di una malata coccolata, viziata, amata e fortunata”.

Fortunata? Come ci si può definire fortunati se hai il cancro e hai solo 30 anni?

Più leggevo e più mi sembrava una persona fuori dal comune. Raccontava della scoperta della sua malattia, un tumore al seno triplo negativo, della “bestiaccia” come la chiamava lei, delle chemio, della perdita dei suoi amatissimi capelli biondi ma il suo blog non era solo cancro e sofferenza. Quel blog era un inno alla vita, era il suo modo per esprimere gratitudine nei confronti della vita nonostante il cancro. Nel suo blog Anna Lisa condivideva la sua sofferenza ma parlava anche delle sue passioni, dei suoi sogni, dei suoi progetti nonostante la malattia, del suo amore per la sua mamma Roberta, “la Mamy”, sempre al suo fianco; del suo amore per Andrea, “Qualcuno”, sbocciato pochi mesi prima che scoprisse di avere il cancro e che aveva scelto di continuare ad amarla, nonostante lei gli avesse chiesto di interrompere la loro storia per non farlo soffrire a causa sua. Nel suo Blog Anna Lisa parlava soprattuto di amicizia, di IrenA, di Marco “El mejor”, di FigliMaggiore e FigliaMinore, della Dottoressa ElleElle. Campeggiava sul suo blog una citazione di William Shakespeare:

“Quando nel dolore si hanno compagni che lo condividono, l’animo può superare molte sofferenze“.

Compresi ben presto che Anna Lisa era molto amata non solo dai suoi amici ma anche dai lettori del blog. Notai che rispondeva a tutti i commenti che le lasciavano nel blog: lo so perché non mi bastò più leggere. Volevo che sapesse che ero anche io lì, “sintonizzata” sulle sue frequenze come ci chiedeva di fare quando aveva un controllo importante da fare. Volevo che sentisse che ero anche io lì per fare il tifo per lei, a combattere insieme a lei, dapprima come presenza silenziosa e poi con il desiderio di farle sentire tutta mia vicinanza, il mio supporto. Leggevo ogni giorno il suo blog, speravo lo avesse aggiornato e le lasciavo sempre un commento al quale, immancabile, rispondeva, anche quando era particolarmente debilitata. Lei traeva forza da noi e noi da lei. Era diventata un’urgenza quotidiana alla quale non sapevo più rinunciare. Ero felice quando la sapevo felice e quando raccontava di giornate difficili io ero lì lo stesso, anche solo per dirle che ero lì.

I commenti non ci bastavano più. Ci scambiammo le mail e dopo le mail i nostri numeri di telefono. Ci davamo il buongiorno sempre con un sorriso o sforzandoci di sorridere e ci scrivevamo durante le nostre giornate, apparentemente così diverse e invece così simili. Eravamo due giovani donne, entrambe appassionate della vita, con i nostri lavori e i nostri amori, i nostri sogni e la voglia di starci vicino, accomunate dalla voglia di combattere una malattia. Sì, perché la malattia non è solo di chi lo colpisce ma è anche di chi la subisce.

Raccontai a mia madre e mio padre di Anna Lisa e compresi la loro preoccupazione quando scoprirono che anche Anna Lisa lottava contro il cancro.

Cerca di non farti coinvolgere troppo. Hai da poco perso Francy…” mi dissero come a volermi proteggere da altra sofferenza e invece iniziarono anche loro a leggere il suo blog. Ci ritrovammo a parlare di lei durante il viaggio in treno che ci avrebbe accompagnati a Modena affinché mio padre cominciasse le cure.

Il professor Luppi ci spiegò in che modo avrebbero proceduto: dapprima una chemioterapia ad altissimo dosaggio, a seguito della quale avrebbero raccolto le cellule staminali del mio papà per procedere, infine, con il trapianto. Nessuno ci avrebbe fatto da garante se non la fiducia nella Medicina e nelle Ricerca e, nel nostro caso, l’abbandono fiducioso nelle mani del buon Dio. Da quel momento in poi, il mio papà sarebbe rimasto in una camera sterile per almeno un mese. Fu necessario trovare una sistemazione per la mamma in una casa accoglienza, vicina all’ospedale. La mia mamma che non si era mai separata da mio padre prima di allora, avrebbe passato le successive settimane da sola in una stanza pur di stare accanto a suo marito, l’amore della sua vita, di una vita.

Il momento dei saluti fu molto doloroso. Stavo salutando mio padre che godeva apparentemente di ottima salute e che stava per iniziare forse la battaglia più importante della sua esistenza.

Ti voglio bene, Pà. Ce la farai!” gli dissi abbracciandolo prima di salutarlo.

Sì che ce la faccio. Fai la brava” e mi diede una delle sue pacche sulla spalla.

Pochi giorni dopo tornai a Trani, a quella che non era più la mia vita di sempre. Le giornate erano scandite dalle telefonate con la mamma e, quando poteva andare a trovarlo negli orari di visita, ci passava papà al telefono. Papà cercava sempre di avere un tono allegro, forse anche quando non lo era, ci spronava ad essere sereni e ad andare avanti nelle nostre giornate. Qualche volta faceva fatica a parlare, altre volte ero io a non reggere la commozione e la telefonata si interrompeva improvvisamente per riprendere poco dopo, giusto il tempo di riprendere fiato, con un “… era caduta la linea”.

Un giorno fu la mia mamma a chiamarmi durante l’orario di lavoro. Mi preoccupai e risposi col cuore in gola.

Mamma?”.

Tesoro!” mi disse con la voce piena di gioia e rotta dalla commozione. “Non puoi immaginare chi c’è qua con me. Aspetta, te la passo…”.

Ale mia! Come stai? Vediamo se mi riconosci...”.

Mi sembrava impossibile: non poteva essere lei. Solo lei mi chiamava così.

Anna… Lisa…?”.

Sì!! Sono qua con mamma Franca! Ero al distributore del caffè nel Policlinico, qui a Modena con Andrea e la Mamy e la tua mamma che mi ha sentita parlare, non so come abbia fatto, ha riconosciuto la mia voce e mi ha chiesto “Sei Anna Lisa?“.

L’ascoltavo senza riuscire a dire nulla. Sorridevo e non riuscivo a smettere di piangere, incredula.

Ci sei? Mamma Franca, la nostra Ale è svenuta!” disse ridendo alla mia mamma e mentre rideva pensavo a quanto fosse bella la sua risata.

Mamma, com’è?“, chiesi a mia madre, come si fa con chi ha visto da vicino qualcosa di meraviglioso e gli chiede di provare a descrivere cosa vede, cosa si prova.

Tesoro, è bellissima. Ha due occhi grandi e celesti e la carnagione chiara. Ha un sorriso strepitoso, è… bellissima!“.

“Ti sto invidiando tantissimo in questo momento, mamma…“.

Ma, no! Non essere invidiosa di mamma Franca. Presto potremo conoscerci di persona anche io e te. Ho deciso che verrò qui a curarmi anche io. Ma lo sai che sono passata a salutare papà Pinuccio? Ma te lo sai che hai un babbo figo abbestia? E’ uno tosto, un combattente“.

Sì, lo so. So anche che legge sempre il tuo blog e fa il tifo per te“.

Ed io per lui. Qua si fa il tifo per tutti! Ale mia, ti lascio con la promessa che ci vedremo presto forse proprio qui!“.

Scusami, sono frastornata, non mi sembra vero. Sono felice e incredula e vorrei essere lì in questo momento. Sì, ti prometto che ci vediamo presto. Ti voglio bene, Annina mia“:

Lo so. Anche io, Ale mia. A prestissimo“.

Ci sono persone che fino a qualche momento prima ci erano sconosciute ma ci basta incrociarle una sola volta nella vita per diventare parte della nostra famiglia. Come Anna Lisa e Mamy Roberta.

Blog salvagente.

Luglio 2008

“Ragazzi, io e vostro padre vi dobbiamo parlare”.

Fu così che esordì mia madre dopo la visita medica che aveva appena terminato mio padre. Aveva fatto delle analisi del sangue di routine che avevano evidenziato un valore che aveva destato sospetti fin da subito.

“Papà ha il mieloma multiplo”.

Se mi avessero trafitto il cuore in quel momento non avrei sentito alcun dolore. La prima sensazione che provai fu di smarrimento e incredulità: non era possibile, sicuramente si erano sbagliati. Mio padre stava benissimo e non accusava alcun sintomo.

“Domani stesso partiamo: un’equipe di medici e ricercatori del Policlinico di Modena visiterà vostro padre e cercheranno di capire come procedere”.

Quella notte non chiusi occhio, come tutto il resto della famiglia. Mio padre sembrava sempre lo stesso: aveva mantenuto una lucidità che mi sembrò finta, quasi si fosse imposto di non mostrare cenni di cedimento per darci quella forza e quel coraggio di cui avevamo bisogno. La prima cosa che feci durante quella notte insonne, fu digitare le parole “mieloma multiplo” su Google ma più leggevo e più mi sembrava di non capire nulla. C’era qualcosa dentro di me che non voleva capire ma che chiedeva semplicemente e disperatamente di essere confortata da qualcuno che avesse vissuto la stessa esperienza e che ne fosse uscito vincitore. Ricordo di aver cercato in rete le parole “cancro, testimonianza, speranza” e finì sul Blog di Mia, “Contro il cancro con un sorriso“. Man mano che leggevo i suoi racconti sulla scoperta del cancro, sulle cure, la chemioterapia, gli interventi sentivo la speranza crescere dentro di me, mi rendevo conto che si potesse avere una vita “normale” malgrado il cancro. Lessi tutto il blog in quella notte e quando giunsi all’ultimo articolo pubblicato, fui pervasa da un senso di gratitudine verso questa donna sconosciuta che stava affrontando la sua malattia e che, con i suoi racconti, aveva trasmesso anche a me un po’ del suo coraggio. Le mandai un messaggio per ringraziarla e le raccontai della mia paura di perdere mio padre, della paura del futuro e da quel momento cominciammo a scriverci. Trovai anche la forza di raccontarle di Francesca, una delle mie migliori amiche che stava lottando a soli 26 anni con un tumore ai polmoni, una forma molto aggressiva tra l’altro. Prima Francesca, ora anche mio padre. Le dissi che avevo intenzione di rimandare il mio matrimonio, che adesso avevo altro a cui pensare e invece Mia mi rispose con queste parole:

“Non credo sia una buona idea rimandare il matrimonio: tuo padre si sentirebbe responsabile più di quanto non lo si senta già per avervi dato una preoccupazione così grande. Vai avanti con l’organizzazione del tuo matrimonio, coinvolgili entrambi, rendili partecipi della tua gioia e vedrai che sarà un ottimo motivo per loro per guarire il prima possibile”.

La visita a Modena ci diede modo di sperare per il meglio. Il mieloma si era presentato in forma del tutto asintomatica e in effetti era al primo stadio. Dovemmo aspettare che arrivasse almeno al terzo stadio per intervenire e iniziare con le cure, attraverso un trapianto di cellule staminali.

Nell’attesa, io organizzai il mio matrimonio. Vedevo mio padre forte come un leone: io, mia madre, mia sorella e mio fratello eravamo la sua forza e lui stava lottando anche per noi. Arrivò dicembre e arrivò anche il momento di scegliere il mio abito da sposa.

“Mi accompagni a scegliere il mio abito da sposa, insieme a mia madre e mia sorella?”. Francesca mi rispose un attimo dopo.

“Sarà un onore”.

L’indomani venne a Trani, bellissima ed elegante, accompagnata da Michele e Tonia, i suoi genitori. Indossava un abito nero, dei tacchi, un rossetto rosso e un delizioso cappellino che le incorniciava il bellissimo viso. Ci abbracciammo forte e quando le poggiai le labbra sulle guance, la sentì caldissima.

“Non ti preoccupare, ho fatto la chemio qualche giorno fa. Domani starò meglio, piuttosto… non lo vogliamo fare uno scherzo come si deve a tua madre e tua sorella?”.

Cos’hai in mente?”, le chiesi con quella complicità che ci legò dal primo momento in cui ci incontrammo al centro di volontariato per ragazzi diversamente abili, ad Andria.

“Diamo un’occhiata agli abiti e ne scegliamo uno che sia completamente inadatto a te: scollato, molto scollato, non da faccia da brava ragazza che sta per sposarsi che ti ritrovi. Ci stai?”.

“Ci sto!”.

Ci scambiammo un cenno di intesa e un attimo dopo ero dentro quell’abito, sotto lo sguardo imbarazzato di mia madre e di mia sorella e della commessa che cercava in tutti i modi di distarmi da quella scelta con abiti più “adatti” a me.

Ale, questo è proprio tuo“, disse da vera esperta di abiti da sposa.

Hai ragione. E’ proprio quello che stavo cercando”.

Mia madre e mia sorella restarono in silenzio: ammutolite. Non avevano il coraggio di contraddirci ma erano palesemente in disaccordo.

Io e Francesca ci guardammo e scoppiammo a ridere: la sua fu una risata così allegra, fresca e liberatoria che la ricordo ancora oggi.

“Franca, Gianna, state tranquille. Ale non avrebbe mai il coraggio di uscire di casa in questo modo. Era solo uno scherzo… potete riprendere a respirare!“, disse loro asciugandosi le lacrime con un fazzoletto.

Quella sera non trovai il mio abito. Non era in quell’atelier. Mi aspettava in un altro posto ma Francesca non potè raggiungermi per vederlo addosso a me. Era debolissima, la febbre non le aveva dato tregua. Le mandai una foto sul cellulare.

E’ lui. Ti piace?”, le chiesi.

“Sì, è lui. Sembri una sirena”.

Era il 15 dicembre 2008.

Francesca non partecipò al mio matrimonio il 4 agosto del 2009. Aveva un appuntamento a cui non potè rinunciare, suo malgrado. Il 30 gennaio 2009, il giorno del compleanno della sua mamma, è volata in cielo, non prima di averci ringraziati uno per uno per tutto l’amore, l’affetto e l’amicizia che le avevamo donato, salutandoci con queste parole:

“Se davvero mi amate, soffiate sulle mie ali”.

Il giorno prima del mio matrimonio i suoi genitori vennero a Trani per regalarmi il suo anello. Francesca sapeva che il mio futuro marito non era certo il tipo che ti chiede di sposarlo in ginocchio con un anello tra le mani e allora ci ha pensato lei.

Sono passati 12 anni e non l’ho mai più tolto. Mi piace pensare che attraverso questo anello Francy mi abbia tenuta per mano il giorno del mio matrimonio, mentre mio padre mi accompagnava fiero e sorridente all’altare e che abbia accarezzato il pancione che proteggeva prima Sara e poi Giovanni.

E’ seguito un lungo periodo di silenzio. Non ho più scritto e raccontato di me e di Francesca, della nostra amicizia. Ho chiuso il mio cuore a doppia mandata e avevo promesso a me stessa che non lo avrei mai più aperto a nessun altro.

Scrissi a Mia. Avevo bisogno ancora una volta di lei. Mi ascoltò a lungo, rispettando il mio dolore e prendendosene cura.

Sai, Ale, c’è una ragazza che vorrei che conoscessi. E’ tua coetanea e si chiama Anna Lisa: scrive un blog. E’ una ragazza piena di vita, forte, determinata e sono sicura che ti farebbe bene avvicinarti a lei“.

“Grazie Mia, sei tanto cara ma io non voglio essere più amica di nessuno“.

“Lo capisco. Ti lascio comunque il link del suo blog, nel caso in cui cambiassi idea. Ti abbraccio.

La promessa.

Io e Anna Lisa ci sentiamo tutti i giorni. Io sento lei, ogni giorno e so che lei sente me. Sente i pensieri felici che ho per lei perché sono il frutto di una promessa che ci siamo scambiate.

Aprile 2011.

Sono al corso preparto. Sono seduta su una poltrona col mio bel pancione e sto aspettando insieme alle altre future neo-mamme che la lezione sulla respirazione abbia inizio. Spengo il telefono per potermi concentrare su quello che sto per imparare e che, mi hanno detto, mi servirà durante il parto. Ho addosso una maglietta su cui è stampata una dolcissima Puffetta. La data prevista per il parto è il 31 maggio ma non siamo ancora certi che sto aspettando una femminuccia perché la birbantella fa la misteriosa. Io e Anna Lisa invece sentiamo che sarà una femminuccia. Abbiamo quasi terminato lo shopping per il corredino e abbiamo scelto insieme tutto, io da Trani e lei da Montecatini, in perfetta sintonia. Mi ha spedito dei deliziosi sandali in tessuto di jeans con dei nastrini bianchi, una tutina a fasce rossa e bianca con delle apine ricamate e il nome della mia bambina, della sua nipotina, anch’esso ricamato; un orsacchiotto di peluche di un rosa delicatissimo che contiene un sonaglietto da metterle accanto nella culletta appena nascerà.

Durante gli esercizi di respirazione immagino la mia bambina che dorme serena tra le mie braccia. Me la immagino con gli occhi azzurri come i miei e la carnagione chiara. Mi diverto a pensare a come sarà vederla tra le braccia del suo papà, dei nonni, degli zii e sorrido quando la immagino tra le braccia della zia Anna Lisa. Mi rendo conto in quel momento che è da qualche giorno che Anna Lisa è piuttosto taciturna. In un primo momento mi rassicuro pensando che starà riposando, che starà recuperando le forze dopo la chemio ma mi sembra troppo strano e prolungato il suo silenzio. Non è da lei, che mi risponde anche se è a fare terapia se le chiedo se preferisce questo cappellino per Sara o quello, così approfitto della pausa per mandarle un messaggio:

“Buongiorno, zia Anna Lisa. Io e la mamma stiamo imparando a fare gli esercizi di respirazione stamattina. Tu come stai? Ti pensiamo. Io ti mando un calcetto delicato. Sara e Ale”.

Riprendiamo la lezione, con la certezza che quando riprenderò il mio telefono troverò un suo messaggio. E invece nulla. Inizio a preoccuparmi e provo a chiamarla ma non mi risponde.

“Mi dici solo se stai bene?”. Mi risponde subito dopo. Avrà intuito che sono in ansia.

“Si, stai tranquilla, sto bene”.

“Me lo dici dove ho sbagliato? Se ti ho ferita o delusa, dimmelo, vorrei rimediare”.

“Sei proprio un bel tipino te… Ma come devo fare con te? Io non mi faccio più sentire e te, invece di essere arrabbiata, hai paura di avermi ferita. No, tesoro bello, non hai fatto nulla di tutto ciò. Tu e Sara siete solo motivo di gioia per me, però…”.

“Però, cosa?”.

“Ho pensato che tu adesso devi stare serena, stai per mettere al mondo la mia nipotina ed io non voglio essere motivo di ansia e preoccupazione per te. Ora devi pensare solo a lei. Preferirei che non ci sentissimo più ma solo per un pochino, magari un mesetto, giusto il tempo per far nascere Sara. Lo capisci, vero?”.

“Perché mi fai questo? No, non lo capisco e non lo accetto! Non puoi decidere per me!”.

“Non è facile nemmeno per me ma credo sia la cosa più giusta da fare”.

“Più giusta per chi? Soffrirei molto di più se non potessi scriverti o chiamarti, se non potessi condividere con te le miei gioie e, perché no, anche le mie preoccupazioni. Anche io ho paura del parto, anzi, me la sto facendo letteralmente addosso e tu vuoi lasciarmi da sola ad affrontare questo momento così delicato e nuovo per me?! No, tu non vai da nessuna parte”.

“La mia Ale… Hai ragione, sono stata egoista e ti chiedo scusa. Non vado da nessuna parte”.

“Mi prometti che ci sentiremo sempre?”.

“Te lo prometto”.

“Ogni giorno?”.

“Si, Ale mia. Ogni singolo giorno, però tu mi devi promettere che avrai solo pensieri felici quando penserai a me”.

“Te lo prometto”.

Te lo prometto.

Ci sono persone che incontri per caso nella vita e dopo non si è più gli stessi. La mia vita è cambiata da quando ho incrociato lo sguardo limpido di Anna Lisa: inconsapevolmente, ha preso la mia esistenza e l’ha capovolta, ribaltando quelle che erano le mie priorità. Ha reso la mia vita migliore, ha acceso in me il desiderio di impegnarmi per essere una persona migliore.

Anna Lisa è una di quelle persone che incontri quando la Vita decide di farti un regalo e quando ne ricevi uno così bello, non puoi non condividere la gioia di averlo ricevuto. Del resto, se c’è una cosa che ho imparato da lei, è la voglia di condividere le proprie emozioni, i propri sentimenti, di qualsiasi tipo essi siano. Anna Lisa ha condiviso una parte della sua vita con i lettori del suo blog: io sono una di loro. Ci sono finita su quel blog parecchi anni fa, digitando la parola “cancro”, una parola che crea sgomento solo a pronunciarla, alla ricerca di risposte, di una parola di conforto e soprattutto di una testimonianza che ci desse speranza. Avevo da poco perso Francesca, la mia migliore amica, a causa di un cancro ai polmoni a soli 26 anni e avevamo appena scoperto che mio padre, apparentemente in ottima salute, aveva un mieloma multiplo. Prima di approdare sul blog di Anna Lisa, ero rimasta impigliata nella rete di un altro blog che aveva nel suo titolo due parole che, a mio parere, erano inconciliabili: cancro e sorriso. Come si può aver voglia di sorridere se hai a che fare con una malattia così spaventosa? Mia invece aveva scelto per il suo blog questo titolo: “Contro il cancro con un sorriso”. Non la ringrazierò mai abbastanza per avermi accolta nel suo piccolo mondo in cui si parla di cancro, è vero, ma con un sorriso! Grazie Mia per avermi confortata, per avermi passato un po’ della tua forza e per avermi condotta tra le braccia affettuose della mia Anna Lisa, come una foglia scaraventata dalle acque tempestose della paura che giunge nel porto sicuro dell’amicizia.

E’ di questo che voglio raccontare: racconterò una storia di amicizia, vera, autentica, capace di ribellarsi alle leggi della natura, tenuta in vita da una promessa. Racconterò di Anna Lisa, della sua voglia di vivere, perché era una giovane donna che ha amato la Vita al di sopra di ogni cosa e che ha la capacità, ancora oggi, di insinuare in ciascuna persona che incontra il desiderio di volersi impegnare per essere una persona migliore. Mi auguro, attraverso il mio racconto, che possa accadere anche a te. Anzi, te lo prometto.

Riflessioni deliranti da mal di denti.

E’ stato un week end da dimenticare. Un ascesso ad un dente mi ha tolto il sonno e anche il sorriso. In effetti da ridere c’è poco se penso che venerdì sarò sul lettino del mio dentista per estrarlo ma stamattina mi è arrivato dritto dritto in faccia un complimento bellissimo, di quelli che ti fanno piacere e che durano per tutta la giornata.

“Hai un cervello che non ti fa passare inosservata”.

Certo, dopo due notti insonni passate a passeggiare in giro per casa con la voglia di prendere a pugni il muro per il dolore e la faccia da pugile battuto al primo round, non potevo certo puntare sul sorriso stamattina ma è tutto il pomeriggio che penso che vorrei essere io, la prossima volta, la persona in grado di raddrizzare la giornata di qualcuno che non è iniziata proprio nel migliore dei modi. Perché, se ci pensi, la mia giornata si sarebbe potuta concludere con la fatica di portarla al termine senza trarne una lezione e invece di pensare solo al mio mal di denti ho pensato al significato di quelle parole messe in fila: 1. ho ancora un cervello; 2. a quanto pare funziona ancora bene; 3. cosa avrò fatto per indurre questa persona a pensare questo di me? 4. da domani posso fare a meno di abbinare l’ombretto sugli occhi con il colore della camicia; 5. è uno dei complimenti più belli che abbia ricevuto negli ultimi anni

Grazie a te.

Ho avuto il classico “blocco dello scrittore”. Non che io mi senta una scrittrice, lo sapete che preferisco definirmi “una che racconta” ma, precisazione fatta a parte, sono stata un pò latitante dal mondo della scrittura. Ho collezionato un bel pò di delusioni nell’ultimo anno: un lavoro di venti anni terminato con estrema freddezza, il sogno di pubblicare un libro tutto mio, nato proprio da questo blog, che è sfumato dopo un “sì” seguito da lunghi mesi di silenzi.

Oggi, però, mi è capitato di dare una sistemata a questo mio piccolo pianeta in cui mi rifugio quando voglio stare un pò sola a guardarmi dentro e ho scoperto un messaggio, dopo il quale ho sentito una gran voglia di tornare a scrivere. Non lo so come, ma questo messaggio era finito nelle spam e invece io adesso voglio pubblicarlo proprio qui, per ringraziare chi me lo ha scritto, perché mi ha fatto davvero tanto bene.

Perché mi ha fatto tornare la voglia di scrivere e di tornare a credere nel sogno di pubblicare un libro tutto mio, che non è sfumato: solo chiuso in un cassetto.

Grazie,

“Grazie per trovare il tempo di leggere i miei post deliranti, di riconoscere un’anima in difficoltà quando ne trovi una, di dire parole di conforto anche se non saresti obbligata a farlo. Anche io ti leggo sempre, e stavo leggendo questo tuo post assolutamente per caso come leggo tutti gli altri; cliccando “QUI”, non avrei mai immaginato di trovare un pezzetto del mio blog; mi hai veramente regalato una grande emozione. Quindi grazie anche per questo. Tralasciando discorsi autoreferenziali, posso dirti che, ovviamente, avendoti scoperta da poco, non ti conosco molto, ne tantomeno conosco l’Alessandra bambina o adolescente. Ma da quello che scrivi, e da come lo scrivi, posso dirti che ciò che mi arriva è una profonda dolcezza, una grande bontà d’animo. Ho proprio la sensazione che tu sia una bravissima mamma, di quelle che parlano con i propri bambini per spiegargli le cose senza imporle, e che non pretende la perfezione da loro, quanto che siano felici, a prescindere da cosa facciano e da quali siano le loro ambizioni e propensioni. Non so perché ho immaginato questo di te, ma mi fido molto delle mie sensazioni. Sarà perché io una mamma premurosa non l’ho mai avuta, e mi basta poco per capire dove il buono invece c’è e si sente. Grazie ancora per tutto.”

❤

E vivere.

“La gente si aggrappa all’abitudine come ad uno scoglio, quando invece dovrebbe staccarsi e tuffarsi in mare… e vivere”.

Fino a quando non decidi di tuffarti, non saprai mai quanto è bello nuotare in mare aperto. Lo scoglio ci da la certezza di poterci riposare quando siamo stanchi, ci da sicurezza durante le mareggiate ma io non sono fatta per vivere su uno scoglio. Sono troppo curiosa per resistere alla tentazione di scoprire cosa c’è al di là dell’orizzonte e se resto ancorata a questo scoglio, non lo saprò mai.

Ci vuole coraggio; ci vuole forza nelle gambe e nelle braccia, ci vuole grinta e determinazione. Lo so che ad un certo punto sarò stanca ma sono più che sicura che qualcosa di nuovo mi sta aspettando al di là della paura del salto. Mi aspettano mari limpidi e tramonti infuocati e correnti nuove che mi porteranno dove devo essere.