A casa di Poppy.

La prima volta che ho visto Poppy ho pensato che fosse arrabbiata.
La seconda volta che l’ho vista mi è sembrata leggermente incazzata.
La terza, me ne sono stata alla larga.
Ed ho fatto male.
Quando ci ho parlato, non riuscivo a smettere di ridere.
Se un pomeriggio sono a casa e fuori fa freddo, preparo un dolce e la chiamo. Il caffè, però, no.
E lei viene a casa. Non si impressiona se indosso le babbucce di Minnie e se il mio maglione é pieno di schizzi di cioccolata. Azzanna il dolce al cioccolato e se è buono te lo dice. Se il caffè fa schifo, te lo dice. Ed io ho bisogno di persone che le cose me le dicano.
Quando vado a casa sua è tutto fottutissimamente in ordine e c’è un’atmosfera serena e rilassante. Non penseresti mai che in quella casa ci vivono in cinque, tra cue due figlie adolescenti ed una bimba di cinque anni. Ti siedi e, se non c’é nessuno, prende la chitarra e ti suona qualcosa di Brunori con la sua voce, uguale a quella di Paola Turci ma non glielo puoi dire perché ti direbbe che sei scema.
Poi però ti ricordi che lei te l’ha detto che il caffè faceva schifo. Così la ripaghi con la stessa sincerità, dicendole, adesso, che è una bella persona – anche se sembra perennemente incazzata col mondo – e lei capisce che qua dentro ci sono tutte le cose belle che le vorresti dire.
Magari domani, se Ciala sta meglio, la invito a casa a prendere un caffè.
In cialde.

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