Il mio riflesso.

Prima di essere una blogger, sono stata per tanto tempo lettrice di altri blog. I primi tempi ero una lettrice silenziosa: passavo a far visita agli amici bloggers quasi quotidianamente, mi interessavo a ciò che vivevano e gli avvenimenti della loro vita si intrecciavano in qualche modo con la mia.

A ottobre il mio blog compirà quattro anni. E’ un blog semplice, che curo meno di quanto vorrei ma è il mio piccolo mondo in cui continuo a sentirmi bene e soprattutto a sentirmi me stessa.

Non ho mai pensato all’idea di dargli un volto perché ho preferito la forma anonima. Credo di aver fatto questa scelta perché non riuscivo ancora ad identificarmi con il riflesso che vedevo di me. E’ stato un cammino lungo, fatto di colpi di picconi per abbattere muri, trincee costruite negli anni per trovare riparo; sudore, fatica, anche paura ma ha sempre vinto la voglia incrollabile di scendere sempre più a fondo per conoscere Ale. Se l’ho incontrata? Sì, era lì ad aspettarmi fiduciosa che sarei arrivata.

Grazie a tutti coloro che in questi anni sono passati da qui (siete stati più di 22.500!), grazie anche a chi è stato qui, seppur in silenzio ma ha lasciato la sua impronta, grazie a chi mi ha dedicato le sue parole per incoraggiarmi quando avevo paura, per guidarmi quando la strada era buia e a chi ha sorriso e gioito insieme a me perché abbiamo scoperto insieme che non c’è nulla di più bello di una gioia condivisa.

C’è un cartone della Disney che mi sta particolarmente a cuore, Mulan. Racconta la storia di una fanciulla che finge di essere diversa da quella che è, che vorrebbe essere per non deludere chi ama. Conosco a memoria le parole che la protagonista canta quando si specchia in un ruscello:

Dimmi, dimmi chi è

l’ombra che riflette me

non è come la vorrei perché non so

chi sono e chi sarò, lo so io e solo io,

il riflesso che vedrò mi assomiglierà,

quando il mio riflesso avrò, sarà uguale a me”.

Ed ora che io e Ale ci guardiamo sorridendoci, posso finalmente dire che “il riflesso che vedo è uguale a me”. E il mio riflesso è questo qui.

Zaino in spalla! Chi viene con me? Abbiamo ancora un sacco di strada da percorrere insieme, mano nella mano se lo vorrete o semplicemente facendoci compagnia in silenzio.

La congiura della torta

Questo 45esimo compleanno lo ricorderemo come “la congiura della torta”. È da stamattina che cerco di passare dalla sua pasticceria (preferita) in gran segreto per prendergli la sua torta (preferita) ma il festeggiato, che é sempre fuori per lavoro, oggi, tra un impegno lavorativo ed un altro, mi spuntava fuori come un fungo, improvvisamente. Andiamo tutti e quattro in pasticceria nel pomeriggio, con la scusa di ritirare un panettone da regalare ad una delle maestre di Ciala e anticipo (correndo!) il festeggiato per mettermi d’accordo con il cameriere, che conosco, chiedendo di mettere la torta in una busta, così da poterla camuffare e nasconderla in macchina per tirarla fuori al McDonald, posto scelto dai bambini per festeggiare il papà. Il cameriere mi fa, ammiccando “Ah! È una sorpresa? Tranquilla, ci penso io!”. Arriva il festeggiato ignaro e all’oscuro di tutto, si fa un caffe, la torta é già nella busta e quello lì gli fa: “Allora, MaritoSingle, sono 45 oppure 54? Sai, per essere sicuro di aver preso i numeri giusti per le candeline”.
Gli avrei dato una testata sui denti.

Tra le lacrime di Ciala che ha visto sfumare la sorpresa della torta al suo papá, andiamo al McDonald per festeggiare. Entro con la torta e un cameriere mi fa notare che non si può portare cibo dall’esterno. Non lo sapevo e ne comprendo le ragioni ma guardo mia figlia che é già con i lacrimoni agli occhi e chiedo di poter parlare con il manager. Con la torta in mano indico con la testa il festeggiato che sta gia facendo la fila per la consumazione e sempre con la testa, indico i miei due figli che sono avvinghiati a ciascuna delle mie gambe. “È solo per far spegnere le candeline al papà. I bambini ci tengono a fargli fare questa cosa”. Poi abbasso il tono della voce e quasi in un orecchio gli dico: “Il papà sa già della torta ma si fingerà sorpreso. Se solo lei potesse…”. Annuisce e mi indica un posto libero dove possiamo sederci. Mi da precise indicazioni: possiamo solo far spegnere le candeline, ma la torta nun se po magnà. A questo punto mi va bene tutto.

Passiamo una piacevolissima serata, mangiamo a dismisura e finalmente Ciala e GiòGiò tirano fuori la torta dalla scatola. I nostri vicini di poltrona ci guardano incuriositi. Approfitto per chiedere in prestito un accendino ma loro non fumano e così si prodigano per procurarmene uno in fretta.

Candelina accesa sulla torta preferita di MaritoSingle. Un nano alla sua destra ed una alla sua sinistra, intoniamo “tanti auguri a te” e MaritoSingle sfoggia una delle sue facce più sorprese che può. Ciala e GiòGiò sono un’esplosione di gioia! Sorpresa riuscita! Secondo loro.

Rimettiamo, senza alcun capriccio e con mia grande sorpresa per questo, la torta nella scatola e ce ne torniamo a casa.

Siamo in ascensore ed io ho una borsa che sembra un borsone, GiòGiò con tutti i suoi 18 chili in braccio e Ciala mezza addormentata che si tiene all’unico braccio rimastomi libero. MaritoSingle ha solo la scatola con la torta in una mano. Solo quella. E potrebbe tenerla con due mani. Apre la porta dell’ascensore e appena fuori, non so ancora come, perde l’equilibrio e assistiamo tutti e quatto inerti ad un triplo salto mortale della torta che atterra sulla sua stessa base.

La torta è solo un po’ provata ma è salva. Anche MaritoSingle lo è, ma solo perché è il suo compleanno.

La prossima volta gli preparo un dolce fatto in casa. Oppure scegliamo una casa con un ascensore che abbia le ante scorrevoli.
Però il festeggiato, stasera, aveva un sorriso grande così.

Ps c’era anche lei.

La nascita di GiòGiò.

GiòGiò è arrivato in un sereno pomeriggio di dicembre, con un parto naturale a cui ha assistito il suo papá, a seguito di una richiesta precisa fatta dalla sua sorellina Ciala a Gesù bambino. Comincio da qui.

Dicembre 2013.

Ciala ha due anni e mezzo. Ha appena finito di scartare i regali che le ha portato Babbo Natale ed è una nanetta gioiosissima e saltellante che corre per casa con una pantera nera di pelouche di dimensioni reali. L’ha chiesta a Babbo Natale, a seguito della visone del concerto di Adriano Celentano di cui é appassionato il suo papá e in cui, tra una canzone e l’altra, appare una pantera nera che spesso l’ha fatta sobbalzare e che lei chiamava “Aoooo”. Appena la vedeva, correva tra le braccia del papà, impaurita, ma la guardava. Ne era incuriosita. Quando ha scartato il pacco in cui il pelouche era racchiuso, ha intuito subito di cosa si trattasse ed ha urlato sorridente: “È Adriana!!”. Certo, non poteva chiamarsi diversamente, vista l’attinenza col cantante.

“Sei felice? Ti piace Adriana?”.

“Ciiii! Ma io ho chietto a Gesù bambino acche un flatellino!”.

Io e MaritoSingle ci siamo scambiati uno sguardo stupito e molto divertito.

“E quindi vorresti un fratellino, amore?”.

“E ciiii! Un flatellino macchio!”, ha risposto cavalcando la pantera nera.

La richiesta é stata presa in consegna sia da me che da MaritoSingle e, da come si sono evolute le cose, ovviamente anche da Gesù Bambino.

9 Dicembre 2014

Ho un pancione enorme. Intendo davvero enorme, se prendiamo in considerazione il mio fisico esile e le mie gambe magrissime. Ho solo questo grandissimo pancione e due guance che non hanno nulla da invidiare ad uno scoiattolo che nasconde due ghiande in bocca. Io e MaritoSingle andiamo ad accompagnare Ciala all’asilo e poi andiamo in ospedale per il mio ennesimo tracciato. É la prima volta che ci vado con mio marito, mi ha sempre accompagnata mia madre. Fino a ieri non si muoveva nulla. E ieri era l’8 dicembre, la data presunta del parto.

Mi attaccano il macchinario e MaritoSingle sente per la prima volta il battito di suo figlio. È maschio, come aveva chiesto Ciala. Ovviamente. MaritoSingle si passa la mano nei capelli nerissimi, nonostante i suoi 42 anni suonati, segno evidente, per me che lo conosco bene, di grande emozione. Tracciato quasi piatto, a parte qualche lieve contrazione. In effetti stanotte avevo avuto dei dolori sotto la pancia che mi hanno tenuta sveglia tutta la notte ma che sono scomparsi all’alba, quando mi sono addormentata.

La dottoressa ci suggerisce di andare al bar e tornare più tardi, per vedere se cambia qualcosa. Accettiamo di buon grado il suo suggerimento, vista la fame e la giornata fredda. Entriamo al bar e mi viene incontro una signora che conosco, meravigliata dal fatto che fossi “ancora incinta”. L’aggiorno sulla mia situazione e lei, che di figli ne ha avuti tre, mi parla, senza che io glielo abbia chiesto, dei suoi tragici e dolorosissimi parti, raccontandomi con dovizia di particolari soprattutto l’ultimo, in cui ha tirato fuori una bambina di quattro chili quasi da sola.

Torniamo in ospedale ma ormai si sono fatte le dodici e mezza e MaritoSingle mi lascia per andare a riprendere Ciala all’asilo ed accompagnarla dalla nonna. Io aspetto che la dottoressa mi visiti. Dopo una mezz’ora abbondante MaritoSingle é di ritorno.

“Signora, ci sono ben 4 cm di dilatazione. Ha il tempo di andare a casa, prendere la valigia e andare in ospedale. Ci sono tutte le premesse per un parto natutale spontaneo. Torni a trovarmi col fagottino!”.

MaritoSingle arriva accaldato ed affannato. Si toglie il giubbotto.

“Partoriamo oggi”, gli dico. Mi guarda incredulo.

“Come oggi? Oggi ora? Hai le contrazioni? Quanto tempo abbiamo?”.

Lo prendo per mano e insieme ci avviamo a casa, a prendere la valigia. Nel frattempo avviso mia madre e le chiedo di restare a casa con Ciala e che la terremo aggiornata ma lei é mia madre e vuole esserci, starmi vicino, come ha fatto quando ho partorito Ciala. La cosa più difficile in quel momento è stato convincere mia sorella che la cosa più bella che potesse fare per me era stare con Ciala mentre io ero in ospedale.

Ore 14,30

Sono su un lettino dell’ospedale che ho scelto per il parto. MaritoSingle mi aspetta nel corridoio. C’è calma e silenzio, ogni tanto interrotto dal vagito di un neonato e questo mi emoziona parecchio. Tra poco potrò tenere tra le braccia il mio GiòGiò. Il nome lo ha scelto MaritoSingle ed è lo stesso di suo padre. Inizialmente avrei preferito chiamarlo diversamente, qualcosa tipo Andrea, o Marco. Poi mi sono informata bene: il suo nome significa “dono di Dio” e GiòGiò lo è stato. GiòGiò è la risposta di Gesù bambino ad una sorellina che aveva chiesto proprio un flatellino.

Stavolta le contrazioni ci sono e anche se sono leggere, le avverto. Mi staccano il tracciato e la dottoressa mi visita: 6 cm di dilatazione. Le infermiere sono sorprese davanti alla mia calma. Mi accompagnano, insieme a mio marito, nella camera n.14. L’anno di nascita di GiòGiò. Mi presento alla mia compagna di stanza che sta allattando un bambolotto biondissimo e cerchiamo di non fare troppo rumore con la valigia. Vado a prepararmi e indosso una di quelle sfigatissime camicie da notte da nonna, abbottonate sul pancione. Quando MaritoSingle mi vede gli viene da ridere. Mi mandano al terzo piano a fare un elettrocardiogramma.

“Ma hai i dolori del parto?”.

MaritoSingle, che ha già assistito al parto della nostra prima figlia, avrà letto sul mio viso le smorfie di dolore che cerco di controllare.

“Si, li ho, ma sono sopportabili”. Cerco di spostare la sua attenzione su qualcosa di più bello.

“Tra poco vedrai tuo figlio”.

Le contrazioni si fanno più intense e sempre più ravvicinate. Non me le ricordavo più. Faccio fatica a camminare. MaritoSingle mi tiene per mano e ogni tanto ci fermiamo. Respiro come mi hanno insegnato al corso preparto.

Il cuore è ok. Torniamo in camera e scambio due chiacchiere con la mia compagna di stanza che mi racconta, pure lei, di quanto sia stato tragico il suo parto. Ha partorito ieri, in un giorno pieno di urgenze e parti complicati. Non c’era posto in sala travaglio e mi racconta di aver quasi partorito in camera, durante l’orario di visita. L’ascolto e nel frattempo cerco di respirare e di cronometrare le contrazioni. È cosi presa dal suo minuzioso racconto che mi spiace quasi interromperla.

“Gabriella, scusami se ti interrompo ma credo mi si siano rotte le acque. Vado un attimo in bagno, scusami “.

“Ma come scusami? E lo dici cosi? Chiamo qualcuno!”.

Ore 17,35

Un’ostetrica mi conduce in sala travaglio. Ci siamo. Le contrazioni somo vicinissime e così forti da togliermi il fiato. MaritoSingle è fuori in sala d’attesa e non ha più notizie di me da tre ore. Non gli permettono di entrare in sala travaglio con me anche se sono sola e c’è calma piatta. Prima di entrare chiedo di andare in bagno e con la scusa, tenendomi il pancione tra le mani, mi trascino verso la sala d’attesa. Apro il portone e mi trovo davanti un MaritoSingle sconvolto.

“Ma che fine hai fatto? Sei ancora così? Il telefono non prende. Non mi lasciano entrare! Faccio un casino!”.

“Lo so ma fa come ti dicono. Io sto bene “.

“Le contrazioni?”.

“Tante, vicinissime e fortissime. Sono qui per dirti che sto entrando in sala travaglio. Tieniti pronto”.

Ci scambiamo a fatica un sorriso ed un bacio.

“Ti aspetto dentro”.

“Ok!”.

Ore 18,25

Il travaglio, quello vero intendo, è durato circa tre quarti d’ora, in cui l’ostetrica che mi ha seguita mi spiegava che, se avessi voluto, avrei potuto mettere da parte il mio pudore ed urlare perché loro sono abituate a vederne di ogni. Chiedevo solo se mio marito fosse fuori, se fosse pronto ad entrare. Una delle infermiere che lo ha visto fuori mi ha detto: “Come mai un armadio come suo marito ha scelto un comodino come lei? Non avevo capito fosse lui suo marito”. La contrazione successiva mi ha tolto il fiato per rispondere. Hanno telefonato alla dottoressa comunicandole che ero pronta. Quando è arrivata mi ha detto: “La signora è riuscita a mantenere lo stesso sguardo sereno che aveva quando è arrivata”. Questo mi ha confortata moltissimo perché di lì a poco avrebbero fatto entrare MaritoSingle e questo era proprio quello che desideravo lui vedesse nei miei occhi.

“Forza signora! Andiamo in sala parto. Fate entrare il marito!”

MaritoSingle entra, tutto impacchettato di verde. Si accerta che io stia bene e si posiziona al mio fianco, destro. Mi prende la mano ed in quel momento non mi sento più sola. Le spinte seguono le contrazioni ma adesso mi sento più forte, come se MaritoSingle mi avesse trasmesso un po’ della sua forza.

“Venga a vedere! Si vede la testa!”.

“È biondissimo!”, dice MaritoSingle.

Alla terza spinta sento il mio corpo attraversato da qualcosa di molto più grande di quanto avessi potuto contenere.

“Che spalle grandi ha questo bambino!” dice la dottoressa ed io me ne sono accorta.

“Un’ultima spinta, Alessandra! Sei stata bravissima!”.

Sono le 18,35.

Mi sollevo con il busto e vedo mio figlio a testa in giù, biondissimo, tenuto su per le gambette. Piange. Sta bene. Me lo poggiano sul ventre e sento il calore del suo corpo morbidissimo. Finalmente. Gli accarezzo la schiena. MaritoSingle mi bacia e gli si avvicina.

“È bellissimo, ed è biondissimo… ed è grandissimo!”.

“Assomiglia tantissimo a Ciala”, dico io.

E piango. Un pianto liberatorio di gioia, di chi è esausto ma può finalmente riposarsi. Sta bene. È andato tutto bene.

“Siete bellissimi” dice la dottoressa che si è mostrata molto distaccata fino a quel momento. “E lei, Alessandra, è stata bravissima. Un parto sereno”. MaritoSingle mi accarezza la fronte.

Mentre mi ricuciono, MaritoSingle segue suo figlio che urla dall’incubatrice che lo porta su al nido. Mi attaccano una flebo e mi parcheggiano in un corridoio dove mi terranno per due ore in osservazione. Un’infermiera arrivata da poco risponde ad un citofono.

“Si, la signora è qui. Quattro chili per 53 cm?!” chiede incredula e mi guarda.

Ora capisco la fatica a tirarlo fuori! Il mio ragazzone…

“Signora, fuori ci sono sua madre, suo padre e suo nipote. Se vuole, può mandare un sms: il suo telefono è qui” e mi strizza l’occhio. Mi faccio un selfie in cui sono il ritratto di una che ha appena avuto una sbronza e sorride. Poi mando questa foto a mia madre, a mia sorella, a mio fratello, ad Animabella.

Poco dopo mi arriva la notifica di un sms. È MaritoSingle che mi manda una foto di nostro figlio dal nido. Dorme. Lo guardo e non mi sembra vero che sia tutto nostro. Cullata da questo pensiero mi addormento anche io.

Qualcuno viene a svegliarmi. Sono le 21.00 e finalmente posso raggiungere chi mi ama dall’altra parte del corridoio. Mi tuffo nell’abbraccio di mia madre. Non vedo la culletta di Giò Gio nella mai stanza e mi sembra strano. Sono passate circa due ore dal parto. Siamo stati separati fin troppo. Mi dicono che è ancora nel nido e che stanno aspettando che si svegli per vestirlo e portarmelo.

“Andiamo su a prendercelo?”, chiedo con gli occhi imploranti a MaritoSingle.

“Te la senti di camminare?”.

Sostenuta da mia madre e da mio marito saliamo al piano di sopra. É tutto buio e c’è silenzio. Ad un certo punto sentiamo il pianto di un neonato. È il mio GiòGiò! Busso alla porta del nido e chiedo di poter entrare.

“Guardi signora glielo consento perché apprezzo lo sforzo che sta facendo avendo partorito poche ore fa. Lo sto vestendo. Vuole farlo lei?”.

Annuisco ed entro. Lo sento piangere. Mi si stringe il cuore ma al tempo stesso la sua voce mi sembra una melodia dolcissima. Lo chiamo per nome e gli prendo una manina.

“Amore, la mamma è qui. Non piangere “.

GiòGiò sgrana gli occhioni e smette improvvisamente di piangere. Si guarda intorno e si lascia vestire in silenzio. Gli parlo e lui sembra riconoscere la mia voce. Ogni tanto si porta la manina alla bocca. Ha un profumo buonissimo. Ed io sono perdutamente innamorata di lui.

Scendiamo in camera nostra e ad aspettarmi c’è un’infermiera mandata a vedere come stessi. La riconosco. Le sorrido e le dico: “Sa perché un armadio come mio marito ha scelto un comodino come me? Perché è nei miei cassetti che ha riposto i suoi sogni ed é insieme che li stiamo aprendo e trasformando in realtà”.

“Datemi tempo”.

Se guardo indietro, nel mio passato, la prima cosa che penso é che ho avuto un’infanzia meravigliosa, indimenticabile, serena e si, anche felice. Sono cresciuta in una famiglia semplice, molto unita. Mio padre é piastrellista, mia madre casalinga, per sua scelta. Ho una sorella più grande di me di 14 mesi ed un fratello più piccolo di otto anni. Tre figli, uno completamente diverso dall’altro. Solare e socievole, mia sorella. E poi alta, tanto alta e (dannatamente) bella. Paziente all’ennesima potenza con me, che ero praticamente il suo opposto e che le chiedevo protezione appena fuori le mura domestiche. C’è un episodio che risale ai tempi dell’asilo che ricordo bene io e che ricorda benissimo lei. Eravamo ognuna nella propria aula. Quel giorno c’era la supplente della mia maestra e questa novità mi aveva destabilizzata. Le chiesi timidamente di poter uscire. Una volta fuori dall’aula, percorsi il lungo corridoio che quel giorno mi sembrò interminabile e quasi trattenendo il fiato, giunsi fino all’aula di mia sorella. Bussai, entrai e con un filo di voce chiesi alla maestra: “Può venire mia sorella?”. Distolsi lo sguardo dalla maestra e cercai disperatamente gli occhi di mia sorella che era già balzata in piedi, ma che attendeva che le fosse concesso il permesso. Ottenutolo, chiudemmo la porta alle nostre spalle e lei mi abbracciò. Singhiozzando le dissi: “Non c’è la maestra Anna”.

“Forse ha il raffreddore. Domani torna. Non avere paura “, mi disse lei.

“E mi scappa la pipì. Vieni con me?”. Mi rispose semplicemente di si, mi prese per mano e mi ci accompagnò. Avevamo cinque e sei anni, eppure lei mi sembrava grandissima. Con lei mi sentivo al sicuro.

Non ricordo molto di quel periodo, ero davvero piccola ma ricordo perfettamente il mio migliore amico. Si chiamava Giorgio Saverio ma ho scoperto da grande che uno di questi nomi gli faceva da cognome. Per me era GiorgioSaverio. Era più grande di me, ma tra me e lui ci fu da subito una grandissima intesa. Aveva due grandissimi occhi azzurri ed un sorriso che credo mi abbia conquistato il primo giorno in cui sua madre lo accompagnò in classe, spingendo la carrozzella. Ci scegliemmo senza dirci nulla. GiorgioSaverio non parlava ma io lo capivo perfettamente. Eravamo seduti assieme ed ero l’unica bimba a cui permetteva di spingere la carrozzella. Ricordo le sue coloratissime e grandissime bavette che gli metteva la sua mamma. La nostra amicizia non si limitava alle mura scolastiche. Presto le nostre mamme scoprirono che abitavamo vicinissimo per cui quasi tutti i pomeriggi chiedevo di essere accompagnata da lui. Ai nostri genitori non dispiaceva. Giocavamo a palla nel giardino di casa sua: lui lasciava cadere la palla dal balcone, con la mano che riusciva a muovere, ed io la recuperavo dal giardino, risalivo la scaletta e gliela riconsegnavo. Questa cosa lo faceva ridere un sacco e a me piaceva un sacco sentirlo e vederlo ridere. Diventammo inseparabili. Al punto che la maestra ritenne opportuno parlarne con i miei genitori: “Passano troppo tempo insieme e la bambina relaziona poco con le amichette della sua classe”. Ricordo solo che mia madre mi chiese: “A te piace stare con GiorgioSaverio?”. Continuammo ad essere amici fino a quando abbiamo avuto il tempo per esserlo.

“Datele tempo” é sempre stata la riposta di mia madre alla mia insegnante il primo anno delle elementari che mi trovava “troppo introversa”.

“Diamole tempo” fu ciò che si dissero ad un incontro alla scuola media mia madre ed il mio professore di italiano che vedeva in me cose che io non sapevo ancora di avere. A pensarci ora, mi balza davanti agli occhi la fiducia che mia madre aveva in me, che ha sempre avuto in me. Sapeva che non doveva fare altro che lasciare che fossi me stessa, che trovassi da sola la strada per venire fuori, fuori da me.

Ho terminato le scuole col massimo dei voti (mio padre voleva solo “il massimo dei voti”), coltivando anche negli anni successivi amicizie meravigliose. Ho una scatola grande così in cui conservo preziosissime lettere che sono la testimonianza di un rapporto epistolare che ho continuato ad avere con la mia maestra delle elementari e con il mio Amico professore delle medie, Giuseppe. Alle superiori ho tenuto un discorso in un auditorium davanti a centinaia di studenti per motivare la scelta dei miei studi da perito tecnico commerciale (ragioniera, in termini spicci) che quando gliel’ho detto a mio padre ha dovuto farsi un cicchetto, ma che non sorprese troppo mia madre: lei sapeva che avrei trovaro la strada per venire fuori, fuori da me.

Se avessi qui davanti a me la Ale adolescente che si sentiva meno bella di Tizia e Caia, sorella maggiore compresa, che piaceva ai ragazzini ma che era troppo “impegnativa-sai-che-palle” per cui meglio una più simpatica, che si innamorava sempre di quello sbagliato e poi, bam! la tranvata era dietro l’angolo… insomma, se avessi qui la Ale che si sentiva sbagliata e le dicessi che non troppo più in là avrei avuto un colpo di fulmine per un ragazzo conosciuto ad un corso di informatica, alto due metri e che guardava tutte tranne me, che l’avrei conquistato nonostante il mio scarso metro e sessanta e certamente non facendo ricorso alle mie curve ne ad un battito di ciglia, che mi avrebbe chiesto  di sposarlo dopo sei mesi che stavamo insieme, e con il quale avrei creato due nanetti meravigliosi, quella Ale lì ci crederebbe?

 

Risvegli e rituali.

Sveglia ore 6:30.

La fortuna di avere il bagno in camera da letto é che ti puoi trascinare a fare ciò che ti compete senza un’eccessiva escursione termica. Elastico nei capelli e la mia giornata può iniziare – non é che può, deve – fosse per me…

C’è una magia che mi riesce 360 giorni su 365, ogni mattina: trasformare quella ragazza – giovane donna, gne gne- che vedo nello specchio in una mamma/lavoratrice presentabile. Sarà che mi riesce sempre perché non mi pongo obiettivi troppo ambiziosi: presentabile é già un bel risultato, stando a quello che vedo nello specchio. Fino a prima di sposarmi, guai a rivolgermi parola appena sveglia. Chiedete a mia madre. Non potete capire la fatica che ho fatto da quando mi sono sposata, la faticaccia che faccio a “comunicare” a prima mattina da quando sono arrivati i nanetti.

Ore 7:15

Tiriamo fuori dal letargo Ciala, operazione che richiede tutta la dolcezza di cui si dispone e una voce appena sussurata, del tipo “Amore, é ora di alzarsi”. Tempo due secondi e ti si gira dall’altro lato.

“Amore… “.

“Ok mamma…”, sorride, allunga le braccia e quello é il segnale che posso prenderla in braccio, che sarebbe una scena tenerissima da vedere, se la pargoletta da sollevare – che ha sei anni e mezzo ma ne dimostra dieci – pesasse meno di trenta chili. Allora io, che non ammetterei mai di non farcela più a prenderla in braccio, me la carico sulle spalle ed arranco fino al bagno. Ciala, allungando il braccio, apre la porta ed io, curva come la befana, spingo col piede. MaritoSingle, che é già tutto bello-pulito-profumato-impeccabile (a lui “presentabile” non basta. L’ambizioso di casa è lui) ha già acceso il termoconvettore a palla e l’ambiente che troviamo é caldo ed ovattato. Gli passo Ciala, che nel frattempo si prepara da sola e andiamo a svegliare GiòGiò, il vero boss di casa. Se c’è una cosa più incerta delle nostre giornate é il suo risveglio. Non sappiamo mai chi si sveglierà, se il cucciolo di koala che ti si avvinghia alle spalle o il leone incazzato e capriccioso. Da questo dipende anche la scelta del genitore che lo deve svegliare. Il primo a provarci é MaritoSingle: se a svegliarsi é il koala, se lo prende in braccio e lo porta in bagno (ormai dalle temperature tropicali), se invece é il leone incazzato che gli urla : “Voglio mammaaaaaa!!”, abbandona il campo sedustante e a quel punto devo intervenire io e devo farlo nel modo giusto. Siccome con lui, al risveglio, io non lo so mai quale sia il modo giusto, gioco d’astuzia: attacco con una delle sue canzoncine preferite e, danzando, lo porto in bagno. Sembrerebbe tutto abbastanza semplice, se non fosse che anche la canzoncina da interpretare non subisse variazioni in base al suo umore mattutino. In questo clima prenatalizio gli garba “si accendono e si spengono le luci di Natale…”. Due giorni fa mi ha perforato un timpano urlando “Nooo! No mi pace queccia cancione!”. Stamattina ha spento ogni mio tentativo pacifistico con un serissimo “Mamma, no cantare!”.

Mentre Ciala é già pronta, il più delle volte io e MaritoSingle litighiamo con GiòGiò per la scelta:

– delle mutandine: “Ma non mi pacciono quecce! Vojo quelle delle tattalughe ninja!”;

– della maglia- “Ma io volevo quella con i ciupeeeroi!”;

– delle scarpe “no, quette bianche no! Vojo quelle di gattoboy!!”.

Intanto Ciala si é infilata le scarpe e possiamo pensare a come acconciare i capelli. Lei adora le codine e le trecce ma se le lagne del boss sono state troppe, infiliamo velocemente un cerchietto.

Capitolo “I capelli del boss”. GiòGiò ha una bellissima quanto buffissima chioma riccioluta bionda che cerco in qualche modo di gestire, con scarsi risultati e quando ci riesco, per protesta, si infila una mano nei capelli e se li scompiglia completamente, ragion per cui ci limitiamo a infilargli il beretto di lana e via.

Ore 7:50

Tutti fuori di casa, di corsa. Io e Ciala prendiamo l’ascensore, GiòGiò e MaritoSingle scendono le scale, non prima di aver dato il via alla gara a chi arriva prima, e il via lo do io appena si chiudono le porte dell’ascensore e non prima di aver intimato MaritoSingle a non correre perché potrebbe essere pericoloso. Arrivati giù, o sono arrivati prima di noi oppure no, il boss urla ” Aiamo vinto noi!! Mamma, ma papà sempre corre!”.

La scuola é a cinque minuti di auto da casa nostra, per cui Ciala ottimizza il tempo chiedendo carezze e coccole. GiòGiò, che mi sta addosso, beve la tetta. Arrivati a scuola, parcheggiamo e scendiamo tutti e quattro, che ci sia pioggia o sole perché c’è una cosa alla quale GiòGiò non vuole mai rinunciare: il rituale saluto con la sorella. Suonata la campanella, la maestra Donata scende le scale dell’atrio della scuola e prende i suoi alunni. A quel punto parte il rituale: bacio a mamma, bacio a papà, bacio a GiòGiò. Ciala sale le scale, mano nella mano con la sua compagnetta, Serena. Arrivata a metà, si ferma e si volta sorridendo: a quel punto parte l’urlo di GiòGiò che ha intenerito in molti i primi giorni e che adesso tutti si aspettano:

“Cialaaaa! Io ti vojo beneeeee!”.

“Anch’io Giò!”.

“Occheiiiii!”.

E ce ne andiamo.

Ore 8:15

Accompagno MaritoSingle in stazione. Dal finestrino parte il rituale di saluto tra i maschi di casa:

“Ciao piscialetto!”.

“Ciao papà pucciolenteee!”.

“Ciao campione!”.

“Ciao papà mattacchionee! Ti vojo beneee!”.

“Anch’io Giò!”.

“Occheiii!”.

Infine, restiamo in auto io e Giò e allora parte il nostro rituale che si concluderà dietro la porta di ingresso della sua aula della “scuola dell’infanSia”.

“Mamma…”.

“Eh”.

“Tu sei la mia amore, la mia principessa e io ciono il figlio della principessa ma io devo andare alla scuola dell’infansia pecchè i miei amici vojono di me e la maestra vuole di me”.

Sembra quasi dispiaciuto di non poter restare con me, come se volesse giustificarsi della nostra separazione.

“Certo Giò, capisco. Ti accompagno a scuola”.

8:30

Parcheggio davanti a scuola, prendo il leone incazzato che era stamattina che si é trasformato in un tenerissimo koala ed entriamo a scuola, conto fino a tre e…

“Mamma! Mi cappa la pipì! Mi cappa da morire!”.

Andiamo a fare pipì e lo vedo lo sforzo che fa per tirare fuori quelle due goccine, lo so che é solo una scusa per rubare altri cinque minuti per stare insieme.

“Bene, ora sei a posto. Andiamo dai tuoi amici”.

Mogio mogio, nel suo inconfondibile stile bradipesco, avanza mano nella mano con me, verso la sua aula. Da solo, sempre molto, molto lentamente si sfila sciarpa e cappello, liberando la folle chioma che, chevelodicoafare, non provo nemmeno a domare.

Bacio e abbraccio stritolatore, batti cinque, pugno e mano che ondeggia con soffio finale sulle dita. Entra.

Si conclude cosi l’ultimo dei nostri rituali e può avere inizio la mia giornata lavorativa.

Ore 9:00.

Sono seduta sulla mia poltrona, in ufficio e ci resterò per tre ore di fila. Che bello andare a lavorare!

Fondamentale.

Sono reduce da una settimana intera in cui un vivacissimo virus mi ha provocato una gastroenterite che mi ha lasciata ko. Ho provato a cavarmela da sola, a fingere di non sentire i brividi della febbre ma lunedì, dopo aver ripreso GiòGiò e Ciala da scuola, mi sono letteralmente trascinata a casa di mia madre. Una volta da lei, mi sono sentita al sicuro e solo allora ho ceduto ed ho permesso alla febbre di travolgermi. Se non fosse stato per mia madre, giuro, non so come avrei potuto affrontare una settimana cosi pesante tra febbre, scariche e crampi dolorosissimi allo stomaco. Lei si é fatta carico dei pranzi e delle cene per i miei bimbi, riempiendo la dispensa di leccornie per colazione e merenda. Si é offerta di accompagnare Ciala la mattina a scuola, permettendo a me di restare al caldo sotto le coperte con GiòGiò. Si é presa cura di me, in tutti i modi in cui avrebbe potuto farlo e Ciala non vedeva l’ora di finire i compiti il pomeriggio per fare merenda con lei, con latte caldo e biscotti e le loro chiacchierate. Abbiamo unito i letti in cui dormivamo io e mia sorella ed ogni sera, dopo esserci infilati tutti e tre sotto le coperte, abbiamo ringraziato il buon Dio per il dono che é per noi.

La mia mamma, troppo presa a prendersi cura di me e dei miei bambini, mentre MaritoSingle era assorbito dal suo lavoro, che ha trascorso il giorno del suo compleanno come fosse un giorno qualunque, il primo anno in cui non spegne le candeline. Ed io mi sono sentita terribilmente in colpa e responsabile ma allo stesso tempo tanto fortunata ad avere una mamma cosi, che non vorrebbe essere altrove se non dove c’è bisogno di lei. La mia mamma che ha sempre una parola gentile ed un sorriso per chi la incontra, anche quando avrebbe tutto il diritto di starsene per conto suo a pensare alle sue cose.

Oggi sto molto meglio, ancora un po’ debole e con un paio di chili in meno ma c’è una cosa a cui penso spesso in questi giorni: che se mi viene naturale essere in un certo modo con i miei figli é perché ho chiaro in mente ciò che la mia mamma é per me.

Lei, per me, é fondamentale. Anche se ho 38 anni suonati ed anche se non ero in fin di vita.

E si, giuro che le candeline gliele faccio spegnere anche quest’anno.

Due cosine.

Ieri, per me, é stata la vigilia di Natale. Era da tempo che non provavo quell’impazienza mista a gioia che provano i bambini la notte di Natale ed è stato bello tornare a provare queste emozioni. Da quando sono mamma, si sono succeduti numerosi Natali in cui non c’è stato nulla da scartare perché, si sa, questa é per eccellenza la festa dei bambini e, se non fosse che in questo blog sono io-io al cento per cento, ora mentirei dicendo che in realtà ho sempre sperato che da qualche parte ci fosse un pacchettino da scartare anche per me, magari nascosto sotto l’albero. Se mi sono chianata a guardarci sotto? Si, l’ho fatto, con la scusa di controllare che non fossero finiti la sotto i resti delle carte dei regali scartati dai nanetti.

Ieri, invece, attraverso le mani della mia mamma, ho potuto ricevere il mio dono di Natale in anticipo proveniente dalla Sicilia, la terra meravigliosa in cui vive Animabella, la mia migliore amica. Non é servito nessun corriere per farmelo recapitare qui: é stato un passaggio di mani. Dalle mani di Animabella alle mani della mia mamma ed infine nelle mie. Cosa ci faceva mia madre in Sicilia a novembre? Ci é passata per un solo giorno, durante un viaggio bellissimo che ha fatto con mio padre e non potevano andarsene via senza prima averla abbracciata. Il tutto é durato al massimo cinque minuti e non é stato affatto programmato, ma so che per Animabella e per i miei genitori é stato indimenticabile, cosi come é stato emozionante ricevere in diretta la telefonata mentre erano insieme.

“Ho dato due cosine a MammaFranca per te, qualcosa di mio come mi avevi chiesto tu!”.

In effetti, sapendo che si sarebbero viste, le ho chiesto di darle qualcosa di suo da poter tenere sempre con me, qualcosa tipo un bracciale, ma pure un paio di mutande, insomma, qualsiasi cosa, purché fosse suo-suo.

Le “due cosine” sono arrivate ieri, racchiuse in uno zainetto suo, che potrebbe servirmi per fare shopping. Quando ho aperto lo zaino, la prima cosa che ho fatto é stata infilarci il naso dentro: il profumo di Animabella é una delle cose più buone al mondo che io abbia mai sentito, insieme a quello di mia madre e dei miei figli. Profumano di casa. Con la mente l’ho rivista stretta a me, io e lei avvolte in un abbraccio prima che io lasciassi la Sicilia.

Il braccialetto c’era. Anche le mutande, rosse, da indossare a Capodanno. E c’erano anche due paia di orecchini, differenti nelle forme e nei colori, suoi. E una camicia a body, sua, bordeuax con una meravigliosa scollatura a barca per valorizzare le spalle. Ed una maglia ricamata, color panna, sua, che posso indossare, per esempio, con un jeans e sentirmi a mio agio. Ed un vestito stu-pen-do verde bosco con dei fiorellini delicatissimi, suo, che indosserò al prossimo compleanno del mio GioGiò. E un vestito in lana violetto, con un cinturone da stringere sotto al seno, suo, che valorizza il mio punto vita (?) ma questo non solo é bellissimo, é anche speciale, specialissimo, perché Animabella lo ha comprato insieme alla sua mamma. Quando ho visto quel vestito, d’istinto, mi sono detta che “no, cavolo, questo no…” .

“… e invece lo devi tenere, e lo devi indossare perché quel vestito é un ricordo di mia madre ed ha un valore affettivo enorme per me e, proprio per questo, voglio che sia tuo. E poi sono sicura che ti starà benissimo”.

Infine, due vestiti deliziosi per la mia Ciala perché figurati se non avesse pensato anche a lei.

Cosi, col cuore pieno di gratitudine, sono andata in camera da letto, ho aperto il mio armadio e ho messo via alcuni vestiti che tenevo lì, ma che non indossavo da tempo ed ho fatto spazio ai suoi. Ho realizzato attraverso quel gesto che l’amicizia, quella vera, quella che per me conta quanto l’amore, quella che lega me ed Animabella é anche questo: mettere via quella parte di me che aveva paura a legarsi, vuoi per ciò di cui la vita mi ha privato, vuoi per le batoste prese in fatto di amicizia e fare spazio a lei, alla sua folle allegria, alla sua sconfinata generosità, alla sua bellissima anima.

Grazie Animabella, solo grazie.

Ale tua.

P.s. una mutanda normale, no?

Tutte scemenze.

“Mamma oggi a scuola abbiamo disegnato le api!”.

So giá di cosa parleremo, o meglio, di chi. La cosa si fa interessante.

“Mamma, ho raccontato ad Andrea che io ho una zia che si é trasformata in un’ape così può stare sempre vicina a chi vuole bene e a me. Luca mi ha detto che non é vero niente, che sono tutte scemenze!”.

“E tu cosa ne pensi?”.

“Io penso che non sono scemenze, che la zia Anna Lisa esiste davvero, non é inventata perché ho anche le foto che mi tiene in braccio quando sono nata. E poi siccome doveva andare in cielo ha scelto di essere un’ape, perché le piacevano un sacco le api e perché le api volano e lei vola e mi sta vicino. Solo vicino, per guardarmi da vicino. Mica ho detto ad Andrea una bugia, per esempio che le api parlano. Ho detto solo che quando io vedo un’ape vicino a me penso alla zia Anna Lisa che mi vuole bene e sento la gioia nel cuore. Mamma forse Andrea dice cosi perché non ce l’ha una zia Anna Lisa”.

Annuisco e sorrido.

“Dai, mamma! Prepariamo una spremuta di arancia!”.

Taglio la parte alta dell’arancia, poi quella in basso ed inizio a sbucciarla. Ciala raccoglie le bucce. “Mammaaaaa! Guarda!! Uno smile!!”.

Eh. Non lo diciamo ad Andrea.

“È una storia vera e io mi commuovo tanto a sentirla raccontare così . E sono certa che l’ Ape è tanto contenta che Ciala provi gioia nel cuore e glielo dice con un sorriso perché” Toglietemi tutto ma non il sorriso”. Grazie”.

Mamy Roberta, la mamma di Anna Lisa.

“Toglietemi tutto ma non il sorriso” è il libro di Anna Lisa.

Niente di speciale.

Quello di ieri é stato uno dei nostri tanti pomeriggi trascorsi insieme a casa. MaritoSingle sarebbe rimasto al lavoro fino a tardi, così ho chiesto ai bambini se avessero voglia di fare una passeggiata o di andare da qualche parte in particolare ma, da bravi pantofolai come la mamma, hanno preferito restare a casa a fare i pasticci in cucina.

“GiòGiò, dimmi, tu cosa vorresti preparare?”.

“Ehm… voio plepalale la tottta coi pomodoi!”. Una bella focaccia per cena: ottima idea. Abbiamo diviso lo spazio del tavolo a metà: da una parte Ciala faceva i compiti e dall’ altra il nanetto impastava. Ogni tanto mi chiedeva aiuto perché aveva tutte le mani “piccicate” e subito dopo mi mandava via. “Mamma lasciami in pace, faccio da ciolo”. Pian piano l’impasto prendeva forma ed é li che GioGiò ha scatenato tutta la sua forza.

“Totttta, io ce lo i muccoli gandi come mio papà e allola ti sconfiggio!”. Ciala lo guardava divertita mentre io cercavo di fotografarlo senza che mi vedesse.

“Totttta, io ciono un ciupereroe e ce l’ho i ciupepoteri e ti sconfiggioooo!!”. A suon di pugni e schiaffi e, grazie ai suoi superpoteri, l’impasto diventava via via morbido ed omogeneo.

Abbiamo lasciato che la pasta lievitasse e intanto GioGiò si é concesso un riposino ristoratore dopo le fatiche culinarie. A quel punto Ciala aveva terminato i suoi compiti ed é arrivato il suo momento in cui ê “tutta della mamma”.

“Mamma io invece vorrei preparare una torta all’arancia. Con te”.

In realtà ha fatto tutto da sola. Io mi sono limitata a leggerle la ricetta e a passarle gli ingredienti e la osservavo. La cura e la lentezza con cui compiva ogni gesto sono stati illuminanti: lei era tutta lì in quel momento, senza pensare a nulla se non a preparare quel dolce. Si é rovesciata un uovo addosso ma la cosa non l’ha turbata piū di tanto, perché c’erano ancora altre quattro uova. Canticchiava e ogni tanto assaggiava col ditino l’impasto. E l’ho immaginata per un attimo da grande, quando preparerà un dolce in una giornata autunnale e ho sperato che restasse proprio cosi, come é lei.

“Mamma, mentre il dolce é in forno e visto che ho letto tutte e dieci le volte il compito per casa, ci guardiamo la carica dei 101 alla tv io e te, sotto al piumone?”.

Stavo per dirle “si, però prima lasciami pulire la cucina e poi ce lo guardiamo” e invece ho pensato che era proprio quello che volevo fare in quel momento, che avrei dovuto esserle grata per il tempo che voleva condividere con me. E cosi, ci siamo posizionate sul nostro divanone, col nostro piumone rosa addosso e ci siamo godute quella pace, senza pensare a nulla. Eravamo li, io e lei, avvolte in un morbido profumo di dolci e di arancia. Abbiamo fatto merenda con la torta che ha preparato ed una tazza di latte e mentre guardavamo i cuccioli in tv, mi sono accorta che accanto a lei aveva il mio peluche della carica dei 101 che mi regalò il mio papà quando forse avevo la sua età. In quel momento ho capito il perché mi avesse chiesto proprio quel cartone ed ho rivisto me, da piccola, che adoravo starmene sul divano a guardare la tv sotto il nostro piumone celeste a rombi, la mia mamma al centro, mia sorella accanto a lei e mio fratello piccolo che dormiva nella culletta accanto a noi. E quando mio padre tornava dal lavoro, tutti di corsa davanti alla porta ad accoglierlo.

Il nostro pomeriggio si é concluso cosi: con MaritoSingle che é tornato tardi dal lavoro e che si é ritrovato due nanetti gioisi e saltellanti ad accoglierlo quando ha aperto la porta, accolto da un profumo di focaccia e di torta all’arancia.

“Puffolotti di papà! E allora, cosa avete fatto oggi pomeriggio con la mamma?”.

“Ehm… niente. Dai papà, vieni con me a giocale coi ciupereoi!”.

Già. NientedispeciAle.

Poi, dopo cena, mentre i nanetti erano tutti del papà, ho rubato una delle bacchette magiche di GioGiò ed é bastato pronunciare la formula magica “MAGICA MAGICA TADAAAN!” e…