Te lo prometto.

Ci sono persone che incontri per caso nella vita e dopo non si è più gli stessi. La mia vita è cambiata da quando ho incrociato lo sguardo limpido di Anna Lisa: inconsapevolmente, ha preso la mia esistenza e l’ha capovolta, ribaltando quelle che erano le mie priorità. Ha reso la mia vita migliore, ha acceso in me il desiderio di impegnarmi per essere una persona migliore.

Anna Lisa è una di quelle persone che incontri quando la Vita decide di farti un regalo e quando ne ricevi uno così bello, non puoi non condividere la gioia di averlo ricevuto. Del resto, se c’è una cosa che ho imparato da lei, è la voglia di condividere le proprie emozioni, i propri sentimenti, di qualsiasi tipo essi siano. Anna Lisa ha condiviso una parte della sua vita con i lettori del suo blog: io sono una di loro. Ci sono finita su quel blog parecchi anni fa, digitando la parola “cancro”, una parola che crea sgomento solo a pronunciarla, alla ricerca di risposte, di una parola di conforto e soprattutto di una testimonianza che ci desse speranza. Avevo da poco perso Francesca, la mia migliore amica, a causa di un cancro ai polmoni a soli 26 anni e avevamo appena scoperto che mio padre, apparentemente in ottima salute, aveva un mieloma multiplo. Prima di approdare sul blog di Anna Lisa, ero rimasta impigliata nella rete di un altro blog che aveva nel suo titolo due parole che, a mio parere, erano inconciliabili: cancro e sorriso. Come si può aver voglia di sorridere se hai a che fare con una malattia così spaventosa? Mia invece aveva scelto per il suo blog questo titolo: “Contro il cancro con un sorriso”. Non la ringrazierò mai abbastanza per avermi accolta nel suo piccolo mondo in cui si parla di cancro, è vero, ma con un sorriso! Grazie Mia per avermi confortata, per avermi passato un po’ della tua forza e per avermi condotta tra le braccia affettuose della mia Anna Lisa, come una foglia scaraventata dalle acque tempestose della paura che giunge nel porto sicuro dell’amicizia.

E’ di questo che voglio raccontare: racconterò una storia di amicizia, vera, autentica, capace di ribellarsi alle leggi della natura, tenuta in vita da una promessa. Racconterò di Anna Lisa, della sua voglia di vivere, perché era una giovane donna che ha amato la Vita al di sopra di ogni cosa e che ha la capacità, ancora oggi, di insinuare in ciascuna persona che incontra il desiderio di volersi impegnare per essere una persona migliore. Mi auguro, attraverso il mio racconto, che possa accadere anche a te. Anzi, te lo prometto.

Buon compleanno Anna Lisa.

Ho conosciuto Anna Lisa in un periodo della mia vita in cui ho dovuto più volte ascoltare la parola cancro. L’ho scoperta grazie ad una carissima amica, Mia, che conosceva la sofferenza che stavo provando avendo perso una delle mie migliori amiche, Francy. Mi suggerì di dare una sbirciatina al blog di Anna Lisa: https://annastaccatolisa1.wordpress.com/ e ne fui catturata. La parola cancro campeggiava anche da quelle parti ma, giuro, passava quasi in secondo piano quando Anna Lisa parlava della sua vita e delle sue passioni anche durante il periodo travagliato delle cure, della chemio. Cercavo ogni giorno notizie di lei attraverso il suo blog e lasciavo sempre un commento ai suoi post, ai quali lei rispondeva sempre. Malgrado fossimo in tantissimi, lei rispondeva a ciascuno di noi. Un giorno le ho mandato una mail in privato, lasciandole il mio indirizzo email e il mio numero di telefono. Ci fu uno scambio intenso di email e messaggi telefonici. Con Anna Lisa ho iniziato ad usare Whatsapp: “Devi provarlo, è ganzissimo! Così possiamo mandarci anche i messaggi vocali!”.

È così che siamo diventate amiche. È cosi che lei è diventata, nel giro di poco tempo, la mia migliore amica. Sì, perché, io ed Anna Lisa non avevamo tempo da perdere. Di tempo, io ed Anna Lisa non ne abbiamo avuto tantissimo ma ce lo siamo fatto bastare. Oggi, se il tempo valesse ancora, avrebbe compiuto 40 anni ed io avrei preso un aereo e sarei andata con la mia famiglia a festeggiare il suo compleanno. E quando, come ora, mi manca il fiato, penso che lei mi sorriderebbe e mi direbbe: “Non serve prendere un aereo, Ale mia, perché io sono già qui, perché hai mantenuto la tua promessa: farmi continuare a sentirmi viva in ogni battito del tuo cuore “.
E se faccio silenzio, riesco anche a percepire la sua voce attraverso questa canzone che sta passando adesso in radio e sorrido e faccio si col capo, perché so che lei mi sta dicendo questo:

“Non smettere mai di cercarmi
Dentro ogni cosa che vivi e
Per quando verrò a trovarti
In tutto quello che scrivi

E più sarai lontano e più sarai con me
Tu intanto fai bei sogni, che sono i nostri”.
(Noemi – Non smettere mai di cercarmi).

Buon compleanno Anna Lisa.
Ale tua.
#lamiciziacomelamore
#mihaicambiatolavita

Sono puri i loro sogni.

Sabato il mio scrittore preferito era a Bari a presentare il suo secondo libro “Sono puri i loro sogni”. Per chi non sapesse di chi sto parlando:

Matteo Bussola ha tre figlie, le accompagna a scuola, le segue nei compiti, parla con gli altri genitori e partecipa pure alle chat di classe su WhatsApp. Insomma, sulla scuola ha un osservatorio privilegiato. E quindi può testimoniare che, davanti a un brutto voto, spesso i genitori si sentono messi in discussione, e per tutta risposta negano l’autorità degli insegnanti. Cosí decide di scrivere a sé stesso, e agli altri genitori, per provare a riflettere sui sensi di colpa e le paure che si nascondono dietro la mancanza di fiducia nella scuola. Un libro di storie – le sue, ma anche quelle delle madri e dei padri che frequenta, di sua mamma ex insegnante, degli amici docenti – che parla del nostro tempo, e dei nostri figli. Di come spesso, senza accorgercene, ci sovrapponiamo a loro per evitare che inciampino. Ma non c’è crescita senza crisi, e solo facendoci da parte, pur pronti a raccoglierli se cadono, possiamo aiutarli a

diventare adulti.

Avendo io una figlia che frequenta la prima elementare e un nanetto che è al primo anno d’asilo, avevo proprio voglia di acquistare il libro, di farmelo dedicare da lui in persona e sentirlo parlare dal vivo. E poi era necessario che MaritoSingle e il Bussola si conoscessero dopo questo, anche solo per scambiarsi una solidale stretta di mano essendo entrambi, in qualche modo, vicini alla sottoscritta.

Ci siamo andati tutti e sei, in treno. Io, MaritoSingle, Ciala, GiòGiò, Nuvoletta, il panda di Ciala e Adriana, la pantera di GiòGiò.

Quando siamo arrivati a Bari ad aspettarci c’erano due nostri cari amici, Meg e Bubu, che non conoscevano il Bussola ma che si sono fidati di me. Abbiamo preso posto e abbiamo aspettato che Matteo si materializzasse. Ciala era impaziente come me di conoscerlo di persona, perché alcuni capitoli del primo libro del Bussola, “Notti in bianco, baci a colazione”, ce li siamo letti insieme, soprattutto quelli riguardanti le sue figlie. E Matteo è arrivato, con uno dei suoi maglioni, jeans e scarpe da ginnastica. Proprio come immaginavo che fosse. Ha preso posto di fronte a noi, ci ha salutati con un sorriso e con i suoi occhi alla Andy Garcia, e quando ha incrociato il mio sguardo mi ha detto un naturalissimo “ciao!”. Gli ho risposto con altrettanta naturalezza come fanno due persone che si conoscono e là ho realizzato che io conosco lui attraverso i suoi libri, ma che lui deve fare una gran fatica a ricordarsi di ognuno di noi che siamo in tantissimi a seguirlo su facebook. Credo che il bello di Matteo stia proprio lì, nel non fare questa gran fatica, oppure nel non fartela notare, e credo che questo non valga solo per i contatti che ha su facebook. Durante la presentazione, GiòGiò se l’é dormita tutto il tempo e Ciala si è fatta un giretto con MaritoSingle per tutta la Feltrinelli, felice come fosse al luna park.

Mi sono goduta la presentazione con Meg seduta al mio fianco, sentendomi vicina a ciò di cui parlava Matteo, soprattutto quando ha raccontato del primo giorno di scuola della più piccola delle sue bimbe in cui ci sono andati in cinque, sorella e nonni compresi: noi eravamo sette! Non ho potuto trattenermi dal ridere quando ha raccontato di aver fatto i compiti a casa al posto di sua figlia e di essersi beccato un cinque! Ma la mia massima comprensione l’ha avuta quando ha detto che:

Non é vero un cazzo che l’Italia é una repubblica fondata sul lavoro. La nostra è una repubblica fondata sui nonni!”.

Io aggiungo anche le zie, ‘che se non fosse stato per mia madre e mia sorella, oggi non avrei ancora un lavoro.

Infine è arrivato il momento della dedica e là mi sono emozionata davvero.

Avrei voluto chiedergli un disegno perché Metteo non è solo uno scrittore. Mi sarebbe piaciuto vederlo mentre i suoi disegni prendono vita e che magari in quel disegno ci fosse MaritoSingle che corre a gambe levate a comprarmi il suo libro. Quando me lo sono ritrovato davanti, le uniche parole che sono riuscita a dirgli sono state: “Ciao, Matteo. Io sarei la minaccia…”.

“Ciao Alessandra! Ma sai che ti ho scambiata poco fa con una tua sosia che invece si chiama Sabrina!”.

Poi ha guardato MaritoSingle e in quello sguardo ci ho visto tutta la comprensione che si merita un marito che ha una moglie come me, traducendo quello sguardo compassionevole in una dedica:

Per MaritoSingle, marito della “minaccia”, con amicizia e comprensione.

Grazie!

Nel frattempo GiòGiò si è svegliato, è sceso dal passeggino in tutta autonomia, ha preso Adriana in braccio e l’ha presentata a Matteo, rassicurandolo che non lo avrebbe morso. Ciala osservava divertita, timidamente nascosta dietro la gamba di MaritoSingle.

Ho salutato con affetto e riconoscenza Matteo che aveva ancora il suo bel da fare con gli altri lettori. Presa dall’entusiasmo non mi sono accorta che Bubu, su commissione di Meg, stava facendo la fila per farsi fare una dedica sul nuovo libro di Matteo.

Poco dopo Meg mi è venuta incontro con un sorriso grande cosi, con il libro di Matteo tra le mani. Ha aperto la pagina in cui Matteo ha fatto la dedica e…

… ed ho scoperto che quel libro era il suo regalo per me, che sono per lei “una piantina di cui prendersi cura”. Ed io vorrei che Meg sapesse quanto ho apprezzato il suo gesto, anche se so che lo sa molto bene, in un modo che solo lei può sapere.

Ora sono a casa ad aiutare la mia Ciala a fare i compiti, con una nuova consapevolezza:

Non c’è crescita senza crisi, e solo facendoci da parte, pur pronti a raccoglierli se cadono, possiamo aiutare i nostri figli a diventare adulti”.

Grazie Matteo Bussola. Grazie Meg e Bubu.

Fidatevi, come hanno fatto Bubu e Meg, ‘che ne vale la pena.

“Datemi tempo”.

Se guardo indietro, nel mio passato, la prima cosa che penso é che ho avuto un’infanzia meravigliosa, indimenticabile, serena e si, anche felice. Sono cresciuta in una famiglia semplice, molto unita. Mio padre é piastrellista, mia madre casalinga, per sua scelta. Ho una sorella più grande di me di 14 mesi ed un fratello più piccolo di otto anni. Tre figli, uno completamente diverso dall’altro. Solare e socievole, mia sorella. E poi alta, tanto alta e (dannatamente) bella. Paziente all’ennesima potenza con me, che ero praticamente il suo opposto e che le chiedevo protezione appena fuori le mura domestiche. C’è un episodio che risale ai tempi dell’asilo che ricordo bene io e che ricorda benissimo lei. Eravamo ognuna nella propria aula. Quel giorno c’era la supplente della mia maestra e questa novità mi aveva destabilizzata. Le chiesi timidamente di poter uscire. Una volta fuori dall’aula, percorsi il lungo corridoio che quel giorno mi sembrò interminabile e quasi trattenendo il fiato, giunsi fino all’aula di mia sorella. Bussai, entrai e con un filo di voce chiesi alla maestra: “Può venire mia sorella?”. Distolsi lo sguardo dalla maestra e cercai disperatamente gli occhi di mia sorella che era già balzata in piedi, ma che attendeva che le fosse concesso il permesso. Ottenutolo, chiudemmo la porta alle nostre spalle e lei mi abbracciò. Singhiozzando le dissi: “Non c’è la maestra Anna”.

“Forse ha il raffreddore. Domani torna. Non avere paura “, mi disse lei.

“E mi scappa la pipì. Vieni con me?”. Mi rispose semplicemente di si, mi prese per mano e mi ci accompagnò. Avevamo cinque e sei anni, eppure lei mi sembrava grandissima. Con lei mi sentivo al sicuro.

Non ricordo molto di quel periodo, ero davvero piccola ma ricordo perfettamente il mio migliore amico. Si chiamava Giorgio Saverio ma ho scoperto da grande che uno di questi nomi gli faceva da cognome. Per me era GiorgioSaverio. Era più grande di me, ma tra me e lui ci fu da subito una grandissima intesa. Aveva due grandissimi occhi azzurri ed un sorriso che credo mi abbia conquistato il primo giorno in cui sua madre lo accompagnò in classe, spingendo la carrozzella. Ci scegliemmo senza dirci nulla. GiorgioSaverio non parlava ma io lo capivo perfettamente. Eravamo seduti assieme ed ero l’unica bimba a cui permetteva di spingere la carrozzella. Ricordo le sue coloratissime e grandissime bavette che gli metteva la sua mamma. La nostra amicizia non si limitava alle mura scolastiche. Presto le nostre mamme scoprirono che abitavamo vicinissimo per cui quasi tutti i pomeriggi chiedevo di essere accompagnata da lui. Ai nostri genitori non dispiaceva. Giocavamo a palla nel giardino di casa sua: lui lasciava cadere la palla dal balcone, con la mano che riusciva a muovere, ed io la recuperavo dal giardino, risalivo la scaletta e gliela riconsegnavo. Questa cosa lo faceva ridere un sacco e a me piaceva un sacco sentirlo e vederlo ridere. Diventammo inseparabili. Al punto che la maestra ritenne opportuno parlarne con i miei genitori: “Passano troppo tempo insieme e la bambina relaziona poco con le amichette della sua classe”. Ricordo solo che mia madre mi chiese: “A te piace stare con GiorgioSaverio?”. Continuammo ad essere amici fino a quando abbiamo avuto il tempo per esserlo.

“Datele tempo” é sempre stata la riposta di mia madre alla mia insegnante il primo anno delle elementari che mi trovava “troppo introversa”.

“Diamole tempo” fu ciò che si dissero ad un incontro alla scuola media mia madre ed il mio professore di italiano che vedeva in me cose che io non sapevo ancora di avere. A pensarci ora, mi balza davanti agli occhi la fiducia che mia madre aveva in me, che ha sempre avuto in me. Sapeva che non doveva fare altro che lasciare che fossi me stessa, che trovassi da sola la strada per venire fuori, fuori da me.

Ho terminato le scuole col massimo dei voti (mio padre voleva solo “il massimo dei voti”), coltivando anche negli anni successivi amicizie meravigliose. Ho una scatola grande così in cui conservo preziosissime lettere che sono la testimonianza di un rapporto epistolare che ho continuato ad avere con la mia maestra delle elementari e con il mio Amico professore delle medie, Giuseppe. Alle superiori ho tenuto un discorso in un auditorium davanti a centinaia di studenti per motivare la scelta dei miei studi da perito tecnico commerciale (ragioniera, in termini spicci) che quando gliel’ho detto a mio padre ha dovuto farsi un cicchetto, ma che non sorprese troppo mia madre: lei sapeva che avrei trovaro la strada per venire fuori, fuori da me.

Se avessi qui davanti a me la Ale adolescente che si sentiva meno bella di Tizia e Caia, sorella maggiore compresa, che piaceva ai ragazzini ma che era troppo “impegnativa-sai-che-palle” per cui meglio una più simpatica, che si innamorava sempre di quello sbagliato e poi, bam! la tranvata era dietro l’angolo… insomma, se avessi qui la Ale che si sentiva sbagliata e le dicessi che non troppo più in là avrei avuto un colpo di fulmine per un ragazzo conosciuto ad un corso di informatica, alto due metri e che guardava tutte tranne me, che l’avrei conquistato nonostante il mio scarso metro e sessanta e certamente non facendo ricorso alle mie curve ne ad un battito di ciglia, che mi avrebbe chiesto  di sposarlo dopo sei mesi che stavamo insieme, e con il quale avrei creato due nanetti meravigliosi, quella Ale lì ci crederebbe?

 

Due cosine.

Ieri, per me, é stata la vigilia di Natale. Era da tempo che non provavo quell’impazienza mista a gioia che provano i bambini la notte di Natale ed è stato bello tornare a provare queste emozioni. Da quando sono mamma, si sono succeduti numerosi Natali in cui non c’è stato nulla da scartare perché, si sa, questa é per eccellenza la festa dei bambini e, se non fosse che in questo blog sono io-io al cento per cento, ora mentirei dicendo che in realtà ho sempre sperato che da qualche parte ci fosse un pacchettino da scartare anche per me, magari nascosto sotto l’albero. Se mi sono chianata a guardarci sotto? Si, l’ho fatto, con la scusa di controllare che non fossero finiti la sotto i resti delle carte dei regali scartati dai nanetti.

Ieri, invece, attraverso le mani della mia mamma, ho potuto ricevere il mio dono di Natale in anticipo proveniente dalla Sicilia, la terra meravigliosa in cui vive Animabella, la mia migliore amica. Non é servito nessun corriere per farmelo recapitare qui: é stato un passaggio di mani. Dalle mani di Animabella alle mani della mia mamma ed infine nelle mie. Cosa ci faceva mia madre in Sicilia a novembre? Ci é passata per un solo giorno, durante un viaggio bellissimo che ha fatto con mio padre e non potevano andarsene via senza prima averla abbracciata. Il tutto é durato al massimo cinque minuti e non é stato affatto programmato, ma so che per Animabella e per i miei genitori é stato indimenticabile, cosi come é stato emozionante ricevere in diretta la telefonata mentre erano insieme.

“Ho dato due cosine a MammaFranca per te, qualcosa di mio come mi avevi chiesto tu!”.

In effetti, sapendo che si sarebbero viste, le ho chiesto di darle qualcosa di suo da poter tenere sempre con me, qualcosa tipo un bracciale, ma pure un paio di mutande, insomma, qualsiasi cosa, purché fosse suo-suo.

Le “due cosine” sono arrivate ieri, racchiuse in uno zainetto suo, che potrebbe servirmi per fare shopping. Quando ho aperto lo zaino, la prima cosa che ho fatto é stata infilarci il naso dentro: il profumo di Animabella é una delle cose più buone al mondo che io abbia mai sentito, insieme a quello di mia madre e dei miei figli. Profumano di casa. Con la mente l’ho rivista stretta a me, io e lei avvolte in un abbraccio prima che io lasciassi la Sicilia.

Il braccialetto c’era. Anche le mutande, rosse, da indossare a Capodanno. E c’erano anche due paia di orecchini, differenti nelle forme e nei colori, suoi. E una camicia a body, sua, bordeuax con una meravigliosa scollatura a barca per valorizzare le spalle. Ed una maglia ricamata, color panna, sua, che posso indossare, per esempio, con un jeans e sentirmi a mio agio. Ed un vestito stu-pen-do verde bosco con dei fiorellini delicatissimi, suo, che indosserò al prossimo compleanno del mio GioGiò. E un vestito in lana violetto, con un cinturone da stringere sotto al seno, suo, che valorizza il mio punto vita (?) ma questo non solo é bellissimo, é anche speciale, specialissimo, perché Animabella lo ha comprato insieme alla sua mamma. Quando ho visto quel vestito, d’istinto, mi sono detta che “no, cavolo, questo no…” .

“… e invece lo devi tenere, e lo devi indossare perché quel vestito é un ricordo di mia madre ed ha un valore affettivo enorme per me e, proprio per questo, voglio che sia tuo. E poi sono sicura che ti starà benissimo”.

Infine, due vestiti deliziosi per la mia Ciala perché figurati se non avesse pensato anche a lei.

Cosi, col cuore pieno di gratitudine, sono andata in camera da letto, ho aperto il mio armadio e ho messo via alcuni vestiti che tenevo lì, ma che non indossavo da tempo ed ho fatto spazio ai suoi. Ho realizzato attraverso quel gesto che l’amicizia, quella vera, quella che per me conta quanto l’amore, quella che lega me ed Animabella é anche questo: mettere via quella parte di me che aveva paura a legarsi, vuoi per ciò di cui la vita mi ha privato, vuoi per le batoste prese in fatto di amicizia e fare spazio a lei, alla sua folle allegria, alla sua sconfinata generosità, alla sua bellissima anima.

Grazie Animabella, solo grazie.

Ale tua.

P.s. una mutanda normale, no?

Tutte scemenze.

“Mamma oggi a scuola abbiamo disegnato le api!”.

So giá di cosa parleremo, o meglio, di chi. La cosa si fa interessante.

“Mamma, ho raccontato ad Andrea che io ho una zia che si é trasformata in un’ape così può stare sempre vicina a chi vuole bene e a me. Luca mi ha detto che non é vero niente, che sono tutte scemenze!”.

“E tu cosa ne pensi?”.

“Io penso che non sono scemenze, che la zia Anna Lisa esiste davvero, non é inventata perché ho anche le foto che mi tiene in braccio quando sono nata. E poi siccome doveva andare in cielo ha scelto di essere un’ape, perché le piacevano un sacco le api e perché le api volano e lei vola e mi sta vicino. Solo vicino, per guardarmi da vicino. Mica ho detto ad Andrea una bugia, per esempio che le api parlano. Ho detto solo che quando io vedo un’ape vicino a me penso alla zia Anna Lisa che mi vuole bene e sento la gioia nel cuore. Mamma forse Andrea dice cosi perché non ce l’ha una zia Anna Lisa”.

Annuisco e sorrido.

“Dai, mamma! Prepariamo una spremuta di arancia!”.

Taglio la parte alta dell’arancia, poi quella in basso ed inizio a sbucciarla. Ciala raccoglie le bucce. “Mammaaaaa! Guarda!! Uno smile!!”.

Eh. Non lo diciamo ad Andrea.

“È una storia vera e io mi commuovo tanto a sentirla raccontare così . E sono certa che l’ Ape è tanto contenta che Ciala provi gioia nel cuore e glielo dice con un sorriso perché” Toglietemi tutto ma non il sorriso”. Grazie”.

Mamy Roberta, la mamma di Anna Lisa.

“Toglietemi tutto ma non il sorriso” è il libro di Anna Lisa.

Le api sulle patatine fritte.

Metti una sera al McDonald, noi quattro. Metti la gioia incontenibile di Ciala e GioGiò ma anche della mammaquipresente perché, diciamocelo, il McDonald mette allegria, é studiato apposta per quello. Metti che stai assaporando il tuo paninozzo e per un pelo non ti strozzi perché credi di aver visto lei. E butti giù il boccone, poi ti giri di scatto per guardarla meglio e, cavolo!, sembra proprio lei! Metti che MaritoSingle viene a sedersi al tavolo con noi e tu gli fai notare che quella ragazza con quel codino biondo e quegli occhi celeste cielo e quel profilo sembra proprio lei e la bocca… e MaritoSingle non ti fa finire la frase e annuisce, confermandoti, che si, assomiglia proprio a lei. E tu passi la serata a seguire con lo sguardo la ragazza bionda che serve ai tavoli e provi un brivido ogni volta che ti guarda e devi reprimere quell’impulso irrefrenabile di alzarti e andare ad abbraccairla.  Cosi prendi il telefono in mano e, lo sai benissimo che non si fa!, fingi di scrivere un messaggio e catturi un breve video da mandare alla sua Mamy, ad IrenA ed a Mia e loro ti confermano che, oddio! sembra proprio lei. Ciala dice che é davvero la zia Anna Lisa, perché lei é un’ape adesso ma qualche volta si ritrasforma nella zia Anna Lisa per venire a salutarci.

E passi la serata a raccontare di lei, di quando una volta un senegalese bussò alla sua porta per venderle qualche oggettino inutile per guadagnarsi qualche spicciolo per andare a mangiare ed Anna Lisa gli presta cinquanta euro, perché aveva solo quelli. Perché lei é cosi ed il senegalese li accetta ma promette che tornerà a restutuirli. Passano i mesi ed il senegalese torna a bussare alla porta di Anna Lisa e ad aprire c’è la Mamy, perché Anna Lisa non c’e. E solo in quel momento la Mamy viene a conoscenza del gesto di sua figlia, pur conoscendo  perfettamente la generosità di cui era capace e in quel momento il senegalese comprende quanto sia stato fortunato quel giorno a bussare a quella porta. La Mamy trasformerà quel prestito in un dono. Perché, lei, come sua figlia, é cosi.

E ti accorgi che nel frattempo Ciala ha gli occhi pieni di lacrime ma sorride  e MaritoSingle ha giá smesso di guardarti negli occhi e accarezza la testa riccioluta di GioGiò che nel frattempo si é spazzolato tutte le patatine. E tu pensi che forse tua figlia ha ragione, che chi lo ha detto che alle api piaccia solo il miele e perché no, anche le patatine. E vai via ripensando a quello che ti ha detto IrenA: ora so dove trovarla.

Zzzzzzzzzz.

annastaccatolisa_foto

Il coccolatorio.

Ieri c’è stato il primo incontro con l’insegnante di Ciala da quando la scuola é cominciata. In realtà avrei dovuto essere presente contemporaneamente anche a quello con l’insegnante di GioGiò: Ciala é in prima elementare, GioGió al suo primo anno di scuola dell’infanzia (non chiamatela asilo: tle, dico tle punti in meno sulla patente!). Non avendo ancora ricevuto dagli dei dell’Olimpo il dono dell’ubiquitá, ho dovuto fare una scelta sulla scia di questo ragionamento: con l’insegnante di GioGiò ho un rapporto più confidenziale, essendo la stessa che ha avuto Ciala per i tre anni della scuola dell’infanzia, per cui ci siamo già scambiate impressioni e suggerimenti, seppur fugaci, sull’uscio dell’aula quando vado ad accompagnare o a riprendere GioGiò. Del resto su GioGiò c’è poco da dire, stando a quello che vede la sua insegnante: viso d’angelo incorniciato in una matassa ingestibile boccoluta e bionda, nel corpo di un bambino che non ha ancora compiuto  tre anni ma che ne dimostra cinque, dal temperamento pacato e dolce. L’esuberanza, dote ereditata dalla genetica paterna, la tira fuori solo in contesti a lui familiari e a quel punto avviene la trasformazione: l’angelo diventa animatore/cantante/ballerino (altra dote ereditata da MaritoSingle, di cui parlerò in seguito). Questo, naturalmente, la sua insegnante ancora non lo sa, per cui mi viene da sorridere quando mi dice “Questo bambino é un angelo”. Se le premesse sono queste, al momento la mia preoccupazione é la recita di Natale: dovessero assegnargli la parte  di Gesù bambino, a trasformazione avvenuta, assisteremmo al musical “Jesus Christ Superstar”.

Se c’è invece un mondo in continua evoluzione e del quale non ho mai alcuna certezza, questo è il mondo di Ciala. Quello di ieri é stato un incontro collettivo con i genitori per poter parlare degli obiettivi che l’insegnante vorrebbe raggiungere durante l’anno scolastico e per eleggere un rappresentante dei genitori. Quando sono arrivata a incontro giá avviato, mi sono scusata per il ritardo e ho preso posto tra i pochi banchi rimasti vuoti. “Guarda che coincidenza! La signora si é seduta proprio al banco dove si siede la figlia!”. Passato il momento di imbarazzo per gli occhi puntati addosso,  (sono certa che avranno notato la vasta gamma di colori che avrà assunto il mio viso) ho potuto rendemi conto dell’opportunità chemi si stava offrendo in quel momento: guardare le cose dalla stessa prospettiva di Ciala. Mi sono guardata intorno lentamente ed ho osservato l’ambiente colorato e gioioso in cui mia figlia trascorre ogni giorno cinque ore della sua giornata. L’aula é piccola ma accogliente ed i banchi sono suddivisi a due alla volta, in tre file.  I posti assegnati sono provvisori e di tanto in tanto la maestra li fa spostare. Lo scopo é quello di permettere ai bambini di conoscersi tutti un po’ meglio. Questa iniziativa mi piace.  La maestra di Ciala é sulla sessantina, di statura minuta, capelli a caschetto e dai lineamenti aggraziati. Ha delle mani dsvvero piccole e il tono della voce é molto dolce, direi quasi piacevole da ascoltare.  Mentre espone con chiarezza quello che hanno fatto fin’ora, si lascia andare a qualche battuta che riguarda i nostri figli suscitando ilarità. Ha dei modi gentili e mi piace la sua capacità di sdrammatizzare certe situazioni e di incoraggiarne altre. Sorride spesso. Ci confida di essere caratterialmente molto affettuosa e che per sua grande fortuna lo sono anche i bambini, soprattutto le femminucce. Racconta che ogni occasione é buona per scambiarsi baci e abbracci: “Per esempio, a Ciala é caduto il temperino? Quale occasione migliore per alzarsi ed andare ad abbracciare l’amica seduta all’ultima fila! E così di seguito Dafne, Marina, Lucia… Oppure, passo tra i banchi a correggere i compiti? Maestra ti voglio abbracciare! Maestra pure io! Capite bene che a questo punto ho dovuto prendere dei provvedimenti”. Si fa improvvisamente seria e ho la sensazione che ci stia scrutando uno ad uno per cogliere le nostre espressioni. Riprende il discorso dopo un attimo di silenzio generale: “Ebbene si! Ho dovuto istituire il “Coccolatorio”: ad un certo punto della mattinata, che sia all’inizio o durante le lezioni, interrompiamo ogni attività e ci riuniamo tutti in cerchio a scambiarci le coccole. Ce le facciamo tutte tutte in quel momento cosi poi possiamo lavorare senza questo genere di distrazioni!”.

Ora capisco l’entusiasmo con cui Ciala va ogni giorno a scuola. L’ambiente é sereno e gioioso e la maestra le piace. Piace anche a me. Il coccolatorio… sorrido ancora.

Animabella.

C’è stato un momento della mia vita in cui mi sono chiusa a riccio. Faccio così quando ho il cuore a pezzi e non mi piace che si veda. Non é orgoglio, nemmeno riservatezza: credo sia un meccanismo di difesa che ho messo in atto forse fin dalla mia infanzia. Qualcosa del tipo “l’odore del sangue attira gli squali “.

Nell’ottobre del 2011 ero sposata con MaritoSingle da due anni e la mia Ciala aveva appena 4 mesi: nell’apice della gioia. La cosa più bella che puoi fare quando provi una gioia così grande é condividerla con chi ami, perché non ce la fai a tenerla chiusa nel petto. Oltre alla mia Family, la persona con la quale ho condiviso tutto quello che é avvenuto dal test di gravidanza alla nascita della mia prima figlia é stata Anna Lisa. Da quel momento in poi ogni passo successsivo lo abbiamo fatto insieme: dalla prima ecografia, ai primi acquisti per Ciala, al viaggio qui in Puglia per posare le sue mani sul pancione per sentire sua nipote scalciare, fino alla sorpresa finale, il giorno successivo al parto in cui é venuta, con estrema fatica e trascinandosi dietro la sua inseparabile mamma, a dare il benvenuto a Ciala. Se l’é presa tra le braccia con quella naturalezza che ha solo chi già si conosceva, le ha sussurrato tutto il suo affetto e la sua gioia incontenibile per essere lì in quel momento e Ciala, per la prima volta da quando é nata, ha sorriso.

Ad ottobre del 2011, il 4 ottobre, un sms mi avvisava che la mia Anna Lisa non c’era piu.

É stato lì che ho iniziato a chiudermi all’amicizia. Non avevo voglia di parlare e di parlarne. Era successo di nuovo che il cancro mi avesse portato via la mia migliore amica. Prima Francesca e adesso anche Anna Lisa. Sempre lui, il drago feroce, la bestiaccia: me le ha strappate via prematuramente ma solo fisicamente perché lui non sa nulla dell’amicizia vera, quella che ti permette di continaure a far vivere chi ami perché tu continui ad amarle, a sentirle vicine e allo stesso tempo, mentre ti lecchi le ferite, ti prometti che mai più soffrirai cosi terribilmente a causa dell’amicizia, che mai più ti legherai a qualcuno perché un’amicizia così non ti ricapiterà più nella vita. E poni un confine anche con chi cerca in qualche modo di starti vicino, di darti una parola di conforto che accetti e accogli ma, per favore, non oltrepassate  quel confine. E pensi tante volte che quella ragazza é proprio una brava ragazza, che sembra sinceramente affezionata a te e tu poco alla volta cerchi di fare un passo avanti ma no, nessuna é come Anna Lisa. Non che dipendesse da loro: ero io che non mi sentivo come mi sentivo con lei. Quella sensazione di benessere nello stare insieme, quel sentirsi a casa, la fiducia riposta in chi ti permette di essere te stesso con tutte le tue fragilità senza mai usarle come punto di forza contro di te, non ti giudica ma cerca di comprendere, io non l’ho più riprovata.

Fino a quando un giorno, su Facebook, mi giunge una richiesta di amicizia. “E questa chi é? No, non la conosco.  Nemmeno due righe per presentarsi.  I soliti curiosi che vogliono farsi i fatti tuoi… amici in comune zero. No, rifiuto”.

Poi però guardi bene quel viso, lo scruti. Mi é completamente sconosciuto ma c’è qualcosa che mi fa soffermare a guardarlo. Questa ragazza ha un sorriso sereno e timido e, scorrendo le altre foto del profilo, mi rendo conto che sono tutte molto spontanee, mai impostate. Sorride sempre. “Di dove é?” mi domando. “Ah, Sicilia… e cosa possiamo mai costruire io e lei che siamo cosi lontane e non ci conosciamo nemmeno? No, rifiuto”. Cerco di scoprire qualcosa in più dalla sua bacheca ma non mi permette di vedere altro se non le immagini di copertina e di profilo. “Diffidente la ragazza…” penso.

Vocina: “Ale, sei pesante! Che cosa vuoi che accada se accetti una richiesta di amicizia di una ragazza che non conosci? Che male ne può derivare?”.

Richiesta di amicizia accettata. Ora tu e Animabella siete amiche su Facebook.

Continua…