Grazie a te.

Ho avuto il classico “blocco dello scrittore”. Non che io mi senta una scrittrice, lo sapete che preferisco definirmi “una che racconta” ma, precisazione fatta a parte, sono stata un pò latitante dal mondo della scrittura. Ho collezionato un bel pò di delusioni nell’ultimo anno: un lavoro di venti anni terminato con estrema freddezza, il sogno di pubblicare un libro tutto mio, nato proprio da questo blog, che è sfumato dopo un “sì” seguito da lunghi mesi di silenzi.

Oggi, però, mi è capitato di dare una sistemata a questo mio piccolo pianeta in cui mi rifugio quando voglio stare un pò sola a guardarmi dentro e ho scoperto un messaggio, dopo il quale ho sentito una gran voglia di tornare a scrivere. Non lo so come, ma questo messaggio era finito nelle spam e invece io adesso voglio pubblicarlo proprio qui, per ringraziare chi me lo ha scritto, perché mi ha fatto davvero tanto bene.

Perché mi ha fatto tornare la voglia di scrivere e di tornare a credere nel sogno di pubblicare un libro tutto mio, che non è sfumato: solo chiuso in un cassetto.

Grazie,

“Grazie per trovare il tempo di leggere i miei post deliranti, di riconoscere un’anima in difficoltà quando ne trovi una, di dire parole di conforto anche se non saresti obbligata a farlo. Anche io ti leggo sempre, e stavo leggendo questo tuo post assolutamente per caso come leggo tutti gli altri; cliccando “QUI”, non avrei mai immaginato di trovare un pezzetto del mio blog; mi hai veramente regalato una grande emozione. Quindi grazie anche per questo. Tralasciando discorsi autoreferenziali, posso dirti che, ovviamente, avendoti scoperta da poco, non ti conosco molto, ne tantomeno conosco l’Alessandra bambina o adolescente. Ma da quello che scrivi, e da come lo scrivi, posso dirti che ciò che mi arriva è una profonda dolcezza, una grande bontà d’animo. Ho proprio la sensazione che tu sia una bravissima mamma, di quelle che parlano con i propri bambini per spiegargli le cose senza imporle, e che non pretende la perfezione da loro, quanto che siano felici, a prescindere da cosa facciano e da quali siano le loro ambizioni e propensioni. Non so perché ho immaginato questo di te, ma mi fido molto delle mie sensazioni. Sarà perché io una mamma premurosa non l’ho mai avuta, e mi basta poco per capire dove il buono invece c’è e si sente. Grazie ancora per tutto.”

❤

“Datemi tempo”.

Se guardo indietro, nel mio passato, la prima cosa che penso é che ho avuto un’infanzia meravigliosa, indimenticabile, serena e si, anche felice. Sono cresciuta in una famiglia semplice, molto unita. Mio padre é piastrellista, mia madre casalinga, per sua scelta. Ho una sorella più grande di me di 14 mesi ed un fratello più piccolo di otto anni. Tre figli, uno completamente diverso dall’altro. Solare e socievole, mia sorella. E poi alta, tanto alta e (dannatamente) bella. Paziente all’ennesima potenza con me, che ero praticamente il suo opposto e che le chiedevo protezione appena fuori le mura domestiche. C’è un episodio che risale ai tempi dell’asilo che ricordo bene io e che ricorda benissimo lei. Eravamo ognuna nella propria aula. Quel giorno c’era la supplente della mia maestra e questa novità mi aveva destabilizzata. Le chiesi timidamente di poter uscire. Una volta fuori dall’aula, percorsi il lungo corridoio che quel giorno mi sembrò interminabile e quasi trattenendo il fiato, giunsi fino all’aula di mia sorella. Bussai, entrai e con un filo di voce chiesi alla maestra: “Può venire mia sorella?”. Distolsi lo sguardo dalla maestra e cercai disperatamente gli occhi di mia sorella che era già balzata in piedi, ma che attendeva che le fosse concesso il permesso. Ottenutolo, chiudemmo la porta alle nostre spalle e lei mi abbracciò. Singhiozzando le dissi: “Non c’è la maestra Anna”.

“Forse ha il raffreddore. Domani torna. Non avere paura “, mi disse lei.

“E mi scappa la pipì. Vieni con me?”. Mi rispose semplicemente di si, mi prese per mano e mi ci accompagnò. Avevamo cinque e sei anni, eppure lei mi sembrava grandissima. Con lei mi sentivo al sicuro.

Non ricordo molto di quel periodo, ero davvero piccola ma ricordo perfettamente il mio migliore amico. Si chiamava Giorgio Saverio ma ho scoperto da grande che uno di questi nomi gli faceva da cognome. Per me era GiorgioSaverio. Era più grande di me, ma tra me e lui ci fu da subito una grandissima intesa. Aveva due grandissimi occhi azzurri ed un sorriso che credo mi abbia conquistato il primo giorno in cui sua madre lo accompagnò in classe, spingendo la carrozzella. Ci scegliemmo senza dirci nulla. GiorgioSaverio non parlava ma io lo capivo perfettamente. Eravamo seduti assieme ed ero l’unica bimba a cui permetteva di spingere la carrozzella. Ricordo le sue coloratissime e grandissime bavette che gli metteva la sua mamma. La nostra amicizia non si limitava alle mura scolastiche. Presto le nostre mamme scoprirono che abitavamo vicinissimo per cui quasi tutti i pomeriggi chiedevo di essere accompagnata da lui. Ai nostri genitori non dispiaceva. Giocavamo a palla nel giardino di casa sua: lui lasciava cadere la palla dal balcone, con la mano che riusciva a muovere, ed io la recuperavo dal giardino, risalivo la scaletta e gliela riconsegnavo. Questa cosa lo faceva ridere un sacco e a me piaceva un sacco sentirlo e vederlo ridere. Diventammo inseparabili. Al punto che la maestra ritenne opportuno parlarne con i miei genitori: “Passano troppo tempo insieme e la bambina relaziona poco con le amichette della sua classe”. Ricordo solo che mia madre mi chiese: “A te piace stare con GiorgioSaverio?”. Continuammo ad essere amici fino a quando abbiamo avuto il tempo per esserlo.

“Datele tempo” é sempre stata la riposta di mia madre alla mia insegnante il primo anno delle elementari che mi trovava “troppo introversa”.

“Diamole tempo” fu ciò che si dissero ad un incontro alla scuola media mia madre ed il mio professore di italiano che vedeva in me cose che io non sapevo ancora di avere. A pensarci ora, mi balza davanti agli occhi la fiducia che mia madre aveva in me, che ha sempre avuto in me. Sapeva che non doveva fare altro che lasciare che fossi me stessa, che trovassi da sola la strada per venire fuori, fuori da me.

Ho terminato le scuole col massimo dei voti (mio padre voleva solo “il massimo dei voti”), coltivando anche negli anni successivi amicizie meravigliose. Ho una scatola grande così in cui conservo preziosissime lettere che sono la testimonianza di un rapporto epistolare che ho continuato ad avere con la mia maestra delle elementari e con il mio Amico professore delle medie, Giuseppe. Alle superiori ho tenuto un discorso in un auditorium davanti a centinaia di studenti per motivare la scelta dei miei studi da perito tecnico commerciale (ragioniera, in termini spicci) che quando gliel’ho detto a mio padre ha dovuto farsi un cicchetto, ma che non sorprese troppo mia madre: lei sapeva che avrei trovaro la strada per venire fuori, fuori da me.

Se avessi qui davanti a me la Ale adolescente che si sentiva meno bella di Tizia e Caia, sorella maggiore compresa, che piaceva ai ragazzini ma che era troppo “impegnativa-sai-che-palle” per cui meglio una più simpatica, che si innamorava sempre di quello sbagliato e poi, bam! la tranvata era dietro l’angolo… insomma, se avessi qui la Ale che si sentiva sbagliata e le dicessi che non troppo più in là avrei avuto un colpo di fulmine per un ragazzo conosciuto ad un corso di informatica, alto due metri e che guardava tutte tranne me, che l’avrei conquistato nonostante il mio scarso metro e sessanta e certamente non facendo ricorso alle mie curve ne ad un battito di ciglia, che mi avrebbe chiesto  di sposarlo dopo sei mesi che stavamo insieme, e con il quale avrei creato due nanetti meravigliosi, quella Ale lì ci crederebbe?

 

La forza del perdono.

Ieri sono stata in un posto dove faccio fatica a tornarci, in cui sono successe cose che mi hanno ferita profondamente in cui, invece, sarebbe stato confortante sentirsi protetta, difesa. Ho avvertito la pesantezza di ogni singolo passo che accorciava sempre più quella distanza di sicurezza che mi sono creata da chi avrebbe potuto ferirmi ancora. Non ho voluto ascoltare, stavolta, il lupo cattivo che dava voce a quei ricordi che dicevano che me la meritavo tutta la loro indifferenza, che sono una disadattata, una persona diabolica ed indifendibile, che sono una pessima madre. Che hanno ragione loro.

“No, lupo cattivo. Io non sono quella, non ci casco più. Quelle erano parole che mi hanno ferita e che hanno lasciato cicatrici e che non so se riuscirò a dimenticare ma erano anche parole dettate dalla rabbia, dalla fatica di due anni pesanti portati sulle spalle ma che appartengono al passato. Sono state pronunciate da chi non ha mai voluto conoscermi davvero perché era più semplice fare di me un alibi, uno scudo. Non stare a ricordarmi di ogni compleanno in cui non ho mai ricevuto i loro auguri. In fondo, cosa vuoi che sia un compleanno. Non lo sanno nemmeno quando é il mio compleanno… non sanno nulla di me. Non mi conoscono. Ma sai che c’è? C’e che adesso non mi importa più. Che aveva ragione lei, la mia amica Fatina (fa la strizzacervelli): la dovevo smettere di voler a tutti i costi che mi conoscessero per quella che sono davvero per un motivo molto semplice: a loro non é mai interessato conoscermi. Ci ho rinunciato infine e non puoi immaginare la pace che ne é derivata da quando l’ho fatto. Fallo anche tu, caro lupo: non sei cattivo come ti descrivono. Non rincorrere chi pensa che tu sia cattivo solo perché hai dovuto difenderti da loro e per fargli cambiare idea. Vivi la tua vita serenamente, nonostante loro. Non devi dimostrare nulla a nessuno. Sii semplicemente te stesso. Basta guerre. Basta rincorrere. Goditi questa pace del cuore. Goditi questa consapevolezza che libera e guarisce. E adesso lascia che io porti a loro il mio perdono “.

Niente di speciale.

Quello di ieri é stato uno dei nostri tanti pomeriggi trascorsi insieme a casa. MaritoSingle sarebbe rimasto al lavoro fino a tardi, così ho chiesto ai bambini se avessero voglia di fare una passeggiata o di andare da qualche parte in particolare ma, da bravi pantofolai come la mamma, hanno preferito restare a casa a fare i pasticci in cucina.

“GiòGiò, dimmi, tu cosa vorresti preparare?”.

“Ehm… voio plepalale la tottta coi pomodoi!”. Una bella focaccia per cena: ottima idea. Abbiamo diviso lo spazio del tavolo a metà: da una parte Ciala faceva i compiti e dall’ altra il nanetto impastava. Ogni tanto mi chiedeva aiuto perché aveva tutte le mani “piccicate” e subito dopo mi mandava via. “Mamma lasciami in pace, faccio da ciolo”. Pian piano l’impasto prendeva forma ed é li che GioGiò ha scatenato tutta la sua forza.

“Totttta, io ce lo i muccoli gandi come mio papà e allola ti sconfiggio!”. Ciala lo guardava divertita mentre io cercavo di fotografarlo senza che mi vedesse.

“Totttta, io ciono un ciupereroe e ce l’ho i ciupepoteri e ti sconfiggioooo!!”. A suon di pugni e schiaffi e, grazie ai suoi superpoteri, l’impasto diventava via via morbido ed omogeneo.

Abbiamo lasciato che la pasta lievitasse e intanto GioGiò si é concesso un riposino ristoratore dopo le fatiche culinarie. A quel punto Ciala aveva terminato i suoi compiti ed é arrivato il suo momento in cui ê “tutta della mamma”.

“Mamma io invece vorrei preparare una torta all’arancia. Con te”.

In realtà ha fatto tutto da sola. Io mi sono limitata a leggerle la ricetta e a passarle gli ingredienti e la osservavo. La cura e la lentezza con cui compiva ogni gesto sono stati illuminanti: lei era tutta lì in quel momento, senza pensare a nulla se non a preparare quel dolce. Si é rovesciata un uovo addosso ma la cosa non l’ha turbata piū di tanto, perché c’erano ancora altre quattro uova. Canticchiava e ogni tanto assaggiava col ditino l’impasto. E l’ho immaginata per un attimo da grande, quando preparerà un dolce in una giornata autunnale e ho sperato che restasse proprio cosi, come é lei.

“Mamma, mentre il dolce é in forno e visto che ho letto tutte e dieci le volte il compito per casa, ci guardiamo la carica dei 101 alla tv io e te, sotto al piumone?”.

Stavo per dirle “si, però prima lasciami pulire la cucina e poi ce lo guardiamo” e invece ho pensato che era proprio quello che volevo fare in quel momento, che avrei dovuto esserle grata per il tempo che voleva condividere con me. E cosi, ci siamo posizionate sul nostro divanone, col nostro piumone rosa addosso e ci siamo godute quella pace, senza pensare a nulla. Eravamo li, io e lei, avvolte in un morbido profumo di dolci e di arancia. Abbiamo fatto merenda con la torta che ha preparato ed una tazza di latte e mentre guardavamo i cuccioli in tv, mi sono accorta che accanto a lei aveva il mio peluche della carica dei 101 che mi regalò il mio papà quando forse avevo la sua età. In quel momento ho capito il perché mi avesse chiesto proprio quel cartone ed ho rivisto me, da piccola, che adoravo starmene sul divano a guardare la tv sotto il nostro piumone celeste a rombi, la mia mamma al centro, mia sorella accanto a lei e mio fratello piccolo che dormiva nella culletta accanto a noi. E quando mio padre tornava dal lavoro, tutti di corsa davanti alla porta ad accoglierlo.

Il nostro pomeriggio si é concluso cosi: con MaritoSingle che é tornato tardi dal lavoro e che si é ritrovato due nanetti gioisi e saltellanti ad accoglierlo quando ha aperto la porta, accolto da un profumo di focaccia e di torta all’arancia.

“Puffolotti di papà! E allora, cosa avete fatto oggi pomeriggio con la mamma?”.

“Ehm… niente. Dai papà, vieni con me a giocale coi ciupereoi!”.

Già. NientedispeciAle.

Poi, dopo cena, mentre i nanetti erano tutti del papà, ho rubato una delle bacchette magiche di GioGiò ed é bastato pronunciare la formula magica “MAGICA MAGICA TADAAAN!” e…

Romanticismo a tavola.

Sono una donna romantica. Lo sono sempre stata e lo sono ancora, anche dopo aver spostato uno come MaritoSingle. E prima di sposarlo ho avuto altre storie, ovviamente.

Ho avuto il fidanzatino che durante il servizio di leva mi scriveva interminabili e drammatiche lettere d’amore in cui raccontava quanto fosse invibibile la sua vita senza me. MaritoSingle le ha trovate e le ha lette interpretandole con tanto di “r moscia” davanti a Ciala: da scompisciarsi dal ridere! Epperò tra una risata e l’altra, dal quartier generale delle mie riflessioni ne é arrivata una che faceva cosi: “Tu ridi ma MaritoSingle col cavolo ti ha mai scritto una lettera d’amore”. C’ha ragione.

Poi c’e stato quello che, io ero fidanzata con lui ma lui non ne era al corrente, che quando una sua amica gli chiese: “Ma state insieme?”, lui gli rispose che “si può stare insieme in diversi modi e che non é necessario dare una definizione ai rapporti”. É stato quello che mi ha mandato in pappa il cervello intorno ai 23 anni, in cui ci raccontavamo di noi a colpi di mail notturne ed sms che, se vuoi, fa romantico e mi diceva spesso e volentieri che ero bellissima, che ero una gran brava ragazza perché facevo volontariato e che ero pure intelligente e che con me stava bene ma, cappero!, non ero riuscita a fargli perdere la testa! Lui a me si però. Il giorno dopo mi chiamò per dirmi che potevamo ancora vederci, se avessi voluto. Ovviamente preferii metterci una pietra sopra. Credo di non essere mai stata più insicura di quel periodo. Epperò mi portò a teatro a vedere “Il ritratto di Dorian Gray” e fu una cosa davvero romantica. Per i primi quindici minuti. Poi interruppero lo spettacolo a causa della morte del papa.

Infine ho incontrato MaritoSingle, il meno romantico di tutti. Sto cercando di ricordare qualche gesto che sapesse di romanticismo ma se guardo al passato lo rivedo mentre fa lo splendido con tutte tranne che con me; rivedo lui che cerca di farmi fidanzare col suo miglior amico; lo rivedo mentre mi chiede se ho perso qualcosa quando, stando seduta in auto dietro a lui, raccolgo tutto il mio coraggio, ed abbraccio il poggiatesta del suo sedile pur di sfiorarlo e sentire il suo profumo. Avrei dovuto capirlo subito che non era romantico quando mi ha invitata ad andare da lui mentre faceva l’animatore in un villaggio ed eravamo fidanzati da nemmeno dieci giorni ed io mi aspettavo di trascorrere notti indimenticabili e passionali con lui ed invece abbiamo dormito io e lui, per la prima volta, su un letto a castello mentre sotto di noi i suoi due migliori amici russavano barbaramente, in una stanza in cui dovevi sgomitare anche solo per allacciarti le scarpe.

Dopo nemmeno sei mesi abbiamo fissato la data del matrimonio. Volete sapere se é stato romantico il modo in cui me lo ha chiesto? Non me lo ha chiesto. Di quanti carati é l’anello di fidanzamento? Mai avuto uno.

MaritoSingle non é romantico, pace. Io continuo ad esserlo perché se c’è una cosa che ho imparato da lui é che non devo fare un passo indietro io se lui non ne fa uno verso me. Che se lui non é romantico, io posso continuare ad esserlo anche dicendo “ti amo” con cinque clementini.

Ovviamente non ha colto il messaggio, ha buttato giù i clementini e credo ora stia digerendo il mio “ti amo”.

E si, la frutta gliela sbuccio io.

Le api sulle patatine fritte.

Metti una sera al McDonald, noi quattro. Metti la gioia incontenibile di Ciala e GioGiò ma anche della mammaquipresente perché, diciamocelo, il McDonald mette allegria, é studiato apposta per quello. Metti che stai assaporando il tuo paninozzo e per un pelo non ti strozzi perché credi di aver visto lei. E butti giù il boccone, poi ti giri di scatto per guardarla meglio e, cavolo!, sembra proprio lei! Metti che MaritoSingle viene a sedersi al tavolo con noi e tu gli fai notare che quella ragazza con quel codino biondo e quegli occhi celeste cielo e quel profilo sembra proprio lei e la bocca… e MaritoSingle non ti fa finire la frase e annuisce, confermandoti, che si, assomiglia proprio a lei. E tu passi la serata a seguire con lo sguardo la ragazza bionda che serve ai tavoli e provi un brivido ogni volta che ti guarda e devi reprimere quell’impulso irrefrenabile di alzarti e andare ad abbraccairla.  Cosi prendi il telefono in mano e, lo sai benissimo che non si fa!, fingi di scrivere un messaggio e catturi un breve video da mandare alla sua Mamy, ad IrenA ed a Mia e loro ti confermano che, oddio! sembra proprio lei. Ciala dice che é davvero la zia Anna Lisa, perché lei é un’ape adesso ma qualche volta si ritrasforma nella zia Anna Lisa per venire a salutarci.

E passi la serata a raccontare di lei, di quando una volta un senegalese bussò alla sua porta per venderle qualche oggettino inutile per guadagnarsi qualche spicciolo per andare a mangiare ed Anna Lisa gli presta cinquanta euro, perché aveva solo quelli. Perché lei é cosi ed il senegalese li accetta ma promette che tornerà a restutuirli. Passano i mesi ed il senegalese torna a bussare alla porta di Anna Lisa e ad aprire c’è la Mamy, perché Anna Lisa non c’e. E solo in quel momento la Mamy viene a conoscenza del gesto di sua figlia, pur conoscendo  perfettamente la generosità di cui era capace e in quel momento il senegalese comprende quanto sia stato fortunato quel giorno a bussare a quella porta. La Mamy trasformerà quel prestito in un dono. Perché, lei, come sua figlia, é cosi.

E ti accorgi che nel frattempo Ciala ha gli occhi pieni di lacrime ma sorride  e MaritoSingle ha giá smesso di guardarti negli occhi e accarezza la testa riccioluta di GioGiò che nel frattempo si é spazzolato tutte le patatine. E tu pensi che forse tua figlia ha ragione, che chi lo ha detto che alle api piaccia solo il miele e perché no, anche le patatine. E vai via ripensando a quello che ti ha detto IrenA: ora so dove trovarla.

Zzzzzzzzzz.

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